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giovedì 15 settembre 2016

Los Angeles Lakers 2016 Preview


L'immagine di apertura non poteva che essere dedicata a lui, Kobe Bean Bryant (e se volete sapere il motivo di quel Bean [fagiolo] dovreste studiarvi la biografia del padre, o almeno il suo soprannome), detto Black Mamba (che per inciso è verde).
Dopo 20 anni, 1346 partite e 33643 punti, il buon vecchio Kobe ha appeso l'ossessione al chiodo e lasciato spazio e maglia (ma deduco non il numero) a giovani virgulti, incaricandoli di risollevare le sorti della scalcinata franchigia che sono diventati i Los Angeles Lakers.
Per la prima volta nella storia della NBA, infatti, i Lakers non sono approdati ai Play Off per tre anni di seguito. Inutile starne ad elencare i motivi (la storia in breve: la dirigenza ha puntato tutto su fenomeni sul viale del tramonto o giovani in fase calante, venendo puniti dagli infortuni), preferisco guardare al presente e soprattutto al futuro, vedere cosa c'è di buono e capire a cosa aspirare in questa imminente stagione.

Staff tecnico
Luke Walton, figlio d'arte sul campo e secondo in comando della rivoluzione Warriors, ha seguito il cuore (ed il portafoglio, probabilmente) per tornare nella città che lo ha visto dominare la panchina per anni. Ha condotto i Dubs all'avvio record, lo scorso anno, con Kerr fuori per infortunio (si, più o meno), ma i dubbi su quanto sia suo il merito e quanto di Steve restano. Ma Luke è un uomo intelligente ed ha approcciato la sfida con astuzia. Da lui tutti si aspettano che trasformi i Lakers in emuli di Golden State, ma molto dipenderà dall'attitudine del roster (anche se qualche indizio in tal senso è già stato fornito). In tutti i casi Walton è giovane (2 anni meno di Bryant, per dire), ha sempre avuto un'ottima comprensione del Gioco e di sicuro conosce bene l'ambiente di L.A., che può sì essere divertente e scintillante, ma anche stritolarti se non presti attenzione.

Si, mi riferivo a te...

Walton ha intuito di aver bisogno di un coach d'esperienza per gestire una squadra così complicata e lo ha trovato in Brian Shaw, anch'egli ex giocatore per il Lakers ed appena uscito dall'esperienza come capo allenatore a Denver. Accanto a loro altri assistenti, molti di essi legati in passato ai Lakers. Sembra dunque che l'indirizzo della dirigenza sia quello di portare figure che incarnano la filosofia della franchigia e che possano inserirla nel DNA del giovane roster. Le scelte fin qui fatte, sono state le migliori dalla firma di Pau Gasol nel 2007.

Guardie
Jordan Clarkson e D'Angelo Russel (autonominatisi "Swag Brothers") rappresentano il primo una scommessa per lo più vinta, il secondo l'all-in di una squadra che ormai ha poco da perdere.
Clarkson è una combo-guard scelta alla fine del secondo giro due anni fa, un vero e proprio steal nonostante abbia ancora tanto da dimostrare. Ha atletismo, buone doti di passatore e un tiro da tre piuttosto affidabile (tra alti e bassi stagionali). Il ball-handling è migliorato costantemente, ma la gestione del pick&roll è molto rudimentale. Non ho numeri sotto mano, ma lo vedo molto più efficiente in situazioni di catch&shot. Situazioni guarda caso spesso presenti nello small-ball di Kerr e, speriamo, anche in quello di Walton. Molto hype in estate, alimentato dai continui video dove lo si vede tirare più o meno da centro campo con canestri a ripetizione. Non male anche nell'attacco al ferro e nel tiro dalla media. Un attaccante a tutto tondo, dunque, ma con evidenti limiti difensivi. Viene sempre tagliato fuori dal bloccante e, nonostante l'elevata velocità, difficilmente riesce nel recupero. Non malaccio a rimbalzo, grazie alle doti di elevazione, ma rimane sotto la media.
Russel, invece, è più adatto al ruolo di PG, dato il fisico meno esplosivo (ma attenzione, quest'estate pare aver lavorato molto ed alla Summer League sembrava messo molto bene). Compensa con migliori doti intellettive, sia come passatore (a tratti divino) che nel p&r, molto efficiente lo scorso anno con Nance e Black (per fortuna entrambi confermati, ma ne parleremo dopo). Ottimo anche nel tiro da tre e saltuariamente in penetrazione (appoggia a tabellone molto bene). Migliorabile in difesa, ma ci sono indizi positivi in tal senso. Chiaramente rimane la testa il suo grosso problema. E' arrivato a L.A. a 19 anni ed ha dimostrato meno della sua età (vedasi Nick Young). Scott non è riuscito nello steso intento con cui ha plasmato la mentalità di Clarkson (pare che Scott non sia proprio l'ideale per allenare i rookie), ma speriamo che giocare accanto a gente di un certo tipo (vedi Deng, poco sotto) possa migliorare questo aspetto.

Never Forget.

Ali
Nello spot di ala piccola dovrebbe partire Luol Deng, arrivato dalla free agency con un contratto faraonico e soprattutto lunghissimo, e soprattutto con enormi interrogativi sulla tendenza della sua carriera. A Miami dicono sia finito, ma Deng ha in tutti i casi molte frecce al suo arco. Sopra tutte la grande etica, del lavoro e della vita (vedi fondazioni benefiche fondate, ecc...), ed anche l'enorme esperienza in squadre da titolo. Da un punto di vista tecnico, è un giocatore abbastanza completo, capace di difendere su più posizioni e di attaccare con continuità. Non è un grande rimbalzista, è vero, ma ha comunque un net-rating di +7 (lo scorso anno). Chi storce il naso per il quadriennale, deve però pensare in prospettiva dell'ulteriore aumento del cap che avverrà l'anno prossimo. Però si, terminerà il contratto a 35 anni.
Come power forward è invece confermato Julius Randle. Sfortunata prima scelta del 2014 (si è rotto la tibia dopo appena 15 minuti di gioco di regular season), Julius ha un fisico straripante, ottime doti di rimbalzista (che verranno comode accanto a Deng) e un tiro in sospensione decente. Purtroppo finisce tutto qui. Il p'n'r è inesistente, il gioco in post (nonostante il fisico) è del tutto acerbo ed il tiro è si appena sufficiente, ma non affidabile. Quest'anno deve confermare le potenzialità, dopo il suo vero primo anno da rookie, e soprattutto mostrare indizi di evoluzione, o resterà nulla più di un ottimo fisico scolpito.

"Possiedo cose che voi umani..."

Centro
Altro contrattone per il russo Timofey Mozgov, anche per lui un quadriennale da capogiro. La sua esperienza e le capacità di intimidire sotto canestro saranno utili, il gioco in post è sufficiente, ma se continuiamo il paragone con GS, non ha un decimo della visione di gioco di Bogut (ha una media di mezzo assist a partita in carriera...). Per lo meno, come ogni europeo che si rispetti, non soffre dalla lunetta e la sua eFG% è nella media. I più hanno accusato i Lakers di essersi mossi troppo presto e aver offerto troppi soldi per un giocatore poco più che mediocre. Forse è vero, ma la necessità era avere un centro affidabile, serio e di esperienza che apra la strada ai giovani panchinari (tra i quali un altro europeo di provenienza sovietica, guarda caso). E come rim-protector non è malaccio.

La Panchina
Sul pino sederanno rookie e giocatori di esperienza, ben shakerati. La seconda scelta assoluta Brandon Ingram è un'ala piccola da quasi tutti (tifosi e non) accostato a Kevin Durant. Fisico esile, è vero, ma grande tiro e braccia lunghe a intasare le linee di passaggio. A tratti ho sperato che Ben Simmons (la prima scelta poi andata a Philadelphia) fosse passato, ma più ci penso e più Ingram è la scelta giusta nel nostro contesto. E' un difensore migliore, un tiratore migliore e non ha necessità di maneggiare la palla. Simmons si sarebbe scontrato con JR e DLo, e qualcuno sarebbe dovuto andar via. Dovrà metter su qualche chilo di muscoli (ma non troppi) ed abituarsi alle sportellate della NBA, ma le aspettative sono molto alte. E poi è un bravo ragazzo.

Una foto pubblicata da Brandon X. Ingram (@1ngram4) in data:

L'altro rookie è Ivica Zubac, croato 19enne a tratti enigmatico. E' un centro di un certo peso (216cm e 120Kg), in Summer League ha dominato nel pitturato con stoppate a ripetizione. Arriva sostanzialmente gratis, ma i fan si aspettano molto (forse memori dell'exploit di Porzingis). Io lo vedo come un ragazzone cresciuto troppo in fretta, un centro atipico, forse vecchia scuola, ma promettente. Avrà minuti se perderemo tante partite, ma davanti a lui c'è anche Tarik Black, il classico centro grande e grosso, non ha grandi margini di miglioramento, ma il gioco in pick&roll è piuttosto buono e anche la mobilità non è male. Ovviamente gli va impedito di tirare a canestro, ma quando serve fisicità in campo, è un buon elemento.

E poi non ha il collo...

Discorso ben diverso per Larry Nance, Jr. Ennesimo figlio d'arte (ho perso il conto), è stata la grande sorpresa (capisci per cosa devo gioire?) del 2015. Ala forte (ma IMHO potrebbe giocare pure da stretch-4) con ottimi livelli di intelletto cestistico, un tiro con i piedi a terra fenomenale e ottimo propensione come rollante (il fatto che sia nativo di Akron, così come due che forse avete già sentito nominare, aiuta). Ho la sensazione che sarà tra i più propensi al sistema small (sempre che tale sia l'obiettivo di Ker....ehm, Walton). Nella Summer League, Nance è sembrato dominare letteralmente tutti nel proprio pitturato, è evidente come sia di un altro livello.
Nello spot di ala piccola, oltre a Ingram, c'è affollamento. Tolto Nick Young, che dubito scenderà in campo dato il Russell-gate (pare che ogni volta che D'Angelo entri in una stanza, tutti si affrettino a nascondere i cellulari), c'è l'enigma Anthony Brown, ottime doti da difensore ma in attacco semplicemente non è un fattore (ma se dovesse migliorare, sarebbe una gran presa - lo scorso anno, il differenziale con lui in campo è stato di +7.8), poi il cinese Jianlian Yi, arrivato con un contratto cosiddetto "creativo", con già un passato non proprio esaltante in NBA, ed infine Zach Auguste, undrafted che tanto male non ha fatto in Summer League (immagino una destinazione in D-League, per lui).

Tipo, se Antonio giocasse sempre così...

Lou Williams, arrivato come SMOY, porterà punti ed esperienza, soprattutto nei finali punto a punto. Spero che Lou se ne vada, perché merita molto più di una squadra ai minimi termini come questi Lakers. Ma finché il contratto sarà valido, non posso che  gioire per avere uno come lui in squadra. Purtroppo è uno che preferisce più avere la palla in mano che dettare il passaggio, quindi il suo rendimento in un sistema più collettivo è un po' un'incognita. Discorso opposto per Jose Calderon e Marcelino Huertas: giocatori abbastanza simili, entrambi di scuola europea (anche se Huertas è brasiliano), non grandi atleti (ad esser buoni) e senza margini di miglioramento, ma di sicuro di grandissima esperienza anche ad alti livelli ed in diversi sistemi, più o meno organizzati. Ipotizzo quintetti con Russell come PG e uno di loro in regia, per alcuni tratti di partita, se il binomio con Clarkson non dovesse decollare.

Aspettative
Inutile pensare ai Play Off (ma i miracoli accadono), soprattutto in un Ovest così competitivo. L'obiettivo è migliorare le ultime stagioni, quanto a record: un target un po' povero, lo ammetto, ma di questo dobbiamo accontentarci. La cosa importante sarà sviluppare i giocatori sia come singoli che come gruppo, capire se Walton ha la stoffa dell'allenatore e se è capace di infondere la propria visione nei giovani, se gli "anziani" sapranno dare il contributo in campo e fuori. E chissà, se magari tra qualche anno, queste radici avranno fatto presa nel parquet dello Staples o se ci troveremo ancora a rimpiangere lui...

Mamba out, Obama Out.

martedì 13 settembre 2016

Il sogno Americano

Quando ero un ragazzino (o meglio, poco più che bambino), spesso mi trovato a giocare da solo, nel campo in cemento della scuola, tirando il pallone contro il muro, allenandomi nei vari tipi di calcio. Caparbiamente, ossessivamente, ma senza metodo.
Non ero (e non sono) un gran calciatore e non ho mai avuto il fisico da sportivo, ma ho sempre utilizzato al meglio la mia capacità di apprendere la tecnica di ogni gioco, magari senza svettare, ma raggiungendo in ogni disciplina sempre buoni risultati.
L'unico pensiero che avevo, all'epoca, oltre la concentrazione sulla posizione del corpo e sul punto di impatto tra palla e piede, era il sogno che un qualunque allenatore, un selezionatore, o magari un calciatore passasse di lì per caso e mi vedesse, magari si fermasse a fare due passaggi, mi portasse ai suoi allenamenti.
Inutile sottolineare come il sogno, ingenuo, sia rimasto tale, ma non ho potuto tornarvi con la memoria quando ho visto questa foto.

Isaiah era alla scuola del figlio quando ha visto questo ragazzino, tale Robbie McNulty, intento a tirare a canestro, tutto solo, in un campo mezzo infangato dalla pioggia. Non ci ha pensato due volte, si è presentato come Isaiah (come se quel ragazzino non avesse riconosciuto il frizzante playmaker dei Boston Celtics) ed ha chiesto di fare due tiri assieme a lui.
Non dico che il mio sogno, condiviso con miliardi di bambini in tutto il globo, si avveri solo negli USA, ma non posso che notare come spesso le star di oltre oceano si comportino in modo più umano che nel vecchio continente.
Thomas era alla riunione dei genitori (per dire, io non ci vado mai...), quando uno che guadagna $7M te lo immagini in piscina a sorseggiare Crystal accerchiato da avvenenti 18enni. Certo, Boston non è Los Angeles, è una città che ti porta ad essere umile, con il suo cielo sempre plumbeo, i grattacieli non così eccessivi ed i 17 stendardi (uno per ogni titolo) che pendono sulla tua testa come la damoclea spada ad ogni partita nel TD Garden (il cui parquet sembra fatto con gli scarti, tanto per rimanere in tema).
Intorno a se aveva solo la moglie che (dopo avergli sconsigliato di provare una battuta a baseball) la immagino intenta nel più classico dei facepalm quando lo ha visto dirottarsi verso il canestro.

Dato che ieri era il cinquantenario.

Isaiah non aveva telecamere, giornalisti, social-manager. Si è fermato a giocare con quel ragazzino solo perché da bambino aveva anche lui sognato come tutti noi ed adesso voleva ripagare quel debito verso la fortuna.
Quando ero piccolo come lui, nel mio stabilimento balneare, veniva un ex-calciatore di serie A, ancora piuttosto in forma, ma in ogni caso non certo tra i più famosi. Distava solo poche tende da noi, e si comportava da fenomeno (nell'accezione negativa del termine). Il che, non calcando più il campo da calcio da anni, era per lo meno fuori luogo. Cellulare con suoneria a manetta, voce alta, poco rispetto. Per inciso, il figlio, più o meno della mia età, aveva preso in gran parte dal padre.
Non per fare paragoni, ma mi piace accostare le due situazioni.
Tutto questo porta a chiedermi quanti calciatori, in Italia o anche in Europa farebbero lo stesso, senza pensare di averne un ritorno mediatico. Mi viene in mente, ad esempio, Cristiano Ronaldo:

Cristiano Ronaldo tra 30 anni dopo una vita cercando di imitare Gianluca Vacchi.

Sketch simpatico (ma anche no), ma in situazioni ben differenti: uno era da solo che un suo fan (ma poteva anche non esserlo), senza telecamere pronte ad immortalarlo, senza nemmeno un tweet (se non una piccola battuta sul profilo Instagram del ragazzino, giusto per confermare l'evento), sostanzialmente in mezzo al nulla.
L'altro era in centro di Madrid, dove in pratica è Dio con addominali più scolpiti, seguito da videocamere nascoste e accerchiato da orde di fan.
Non voglio dire chi sia meglio di chi, che negli USA siano tutti stinchi di santo o che in Italia siano tutti stinchi di Balotelli, ma credo anche che ci sia un motivo per il quale si chiama Sogno Americano e non Sogno Italiano o Sogno Spagnolo. Probabilmente il fatto che viva in una città ben distante da qualunque sportivo di primo piano abbassa drasticamente quella che è la mia percezione di normalità delle star nostrane.
Ma quanto spesso capita che, che ne so, Maradona partecipasse ad un torneo di calcio per strada? A New York era normale vedere gente già affermata in NBA partecipare ai tornei di playground durante l'estate. E di certo gli avversari non si risparmiavano, potendosi confrontare con quelli che, spesso, erano i propri idoli. E non raramente riuscendo perfino a batterli.
Oggi è più raro, fosse anche solo per problemi di natura logistica, vedere LeBron o Durant partecipare ad un playground, ma di sicuro capita ancora che un All-Star si fermi a giocare con un ragazzino solitario in un umido campetto di periferia.

Se io fossi ancora un bambino, saprei cosa sognare.