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giovedì 5 luglio 2018
ll Re fra gli Angeli
Perché sprecare altre parole per descrivere un avvenimento a dir poco epocale (per lo meno per la NBA) come il passaggio di LeBron James ai Los Angeles Lakers?
Cosa potrei aggiungere a tutte quelle disamine tecniche (e non) di penne (o per meglio dire tastiere) ben più informate, esperte e, francamente, intelligenti di me?
Beh, è presto detto. Le mie emozioni.
Perché in fondo lo sport è emozione e nessun inviato, accreditato o insider può sapere cosa prova un tifoso. Soprattutto non può sapere cosa provo IO.
Accanto all'ovvio entusiasmo ed alla consapevolezza di essere tornati nel basket che conta, esistono anche sentimenti meno ottimisti. L'esperienza (alcuni direbbero l'età) è una brutta bestia, perché si tende sempre ad aspettarsi dal futuro ciò che si è sperimentato nel passato, quando invece ogni situazione, ogni evento è cosa a sé.
James è tra i migliori due giocatori di basket di sempre. Forse tra i migliori uno. Arriva a L.A. dopo la sua migliore stagione (o quasi) e dopo aver portato alle Finals un roster di clochard. Lascia Cleveland dopo aver adempiuto alla sua missione ma anche dopo aver capito che la sua legacy aveva bisogno di un luogo migliore dove assurgere alle vette a cui aspira.
La scelta di James non è stata facile e, in gran parte, non è legata al gioco: lascia la costa est, dove ha dominato per 15 anni, raggiungendo 8 Finals consecutive (con due squadre) e tre anelli. Lascia la sua città, i suoi tifosi per abbracciare qualcosa che, per la prima volta, è più grande di lui.
Perché i 16 banner appesi al soffitto dello Staples Center, le maglie dei migliori sempre illuminate dai riflettori e, soprattutto, l'eredità del Lakers per eccellenza, il nome che tutti citano ma che tutti temono. E non più per le sue prestazioni in campo.
Kobe firmò il rinnovo a 32 anni, giocando di media 54 gare a stagione nei sei anni successivi ed appena 22 (in totale) nei Playoff (tante quante ne ha giocate James solo QUEST'ANNO), non superando più il secondo turno.
James ha 33 anni ed il suo contratto terminerà quando ne avrà 37.
Storie diverse, condizioni diverse e sopratutto giocatori diversi, è vero. Ma la paura non è un sentimento razionale e si fa strada anche tra il più sfrenato entusiasmo, se riesce a posare il suo germe in un terreno fertile.
Il problema è questo.
James ha dimostrato che, nonostante l'età, è ancora il miglior giocatore sulla piazza, capace di rendere e far rendere a livelli probabilmente mai visti. La storia dice che con James, volenti o nolenti, si fanno i Playoff. I Lakers mancano la post-season da 5 anni, tante volte quanto era accaduto, in totale, in tutta la storia precedente. LeBron arriva in una squadra non certo peggiore dei Cavaliers, ma in una costa (quella Ovest) molto più combattuta, tra i fenomenali Warriors, i letali Rockets, i sempreverdi Spurs e le varie schegge impazzite (Thunders, Blazers, Jazz). Se da solo a Est ha raggiunto le Finals, da solo a Ovest potrebbe non superare il primo turno.
Perché anche il migliore dei Re ha la necessità di una corte al suo livello. Si pensava potesse essere Paul George, in scadenza contrattuale quest'anno, che però ha rifirmato a Oklahoma. Si pensa possa essere Kawhi Leonard, il cui contratto scadrà l'anno prossimo. Quasi certamente non saranno i giocatori appena firmati: McGee, Stephenson, Caldwell-Pope. E nemmeno i giovani che, pur dal potenziale inesplorato, hanno fin qui tentennato.
La dirigenza Lakers ha dimostrato lungimiranza negli ultimi due anni per costruire lo spazio salariale sufficiente a ospitare James ed un'altra stella. Il primo obiettivo è stato raggiunto, il problema sarà come completare il secondo. Non è un problema di soldi, come per quasi tutte le altre squadre, ma di opportunità. Raggiungere Leonard, in aperta rottura con San Antonio, è tutto forché impossibile, ma la merce di scambio è ingente: due, forse tre, giovani e diverse prime scelte future.
Ovviamente James e Leonard, con l'aggiunta di qualche giocatore che sa palleggiare e ogni tanto fa canestro, significa avere sulla carta, una delle migliori coppie both-side di sempre.
Ma anche attorno a Kobe si era formata quella che, sulla carta, doveva essere una squadra di fenomeni: Gasol, Howard, Nash... e poi sappiamo com'è andata a finire.
Storie diverse, giocatori diversi, ma il tarlo del dubbio si insinua con il suo pessimismo. I Lakers pagano ancora oggi gli errori del passato (la scelta scambiata per Nash, i contratti di Deng e Mozgov, ecc...), e scambiare Ball, Ingram, Kuzma e Hart, più molto prime scelte (c'è chi dice addirittura 4), vuol dire legarsi mani e piedi a James e sperare che l'intesa con Leonard funzioni e che questi rinnovi a fine anno. Perché l'alternativa è rimanere con il solo James, senza scelte, senza giovani e senza futuro.
In poche parole, avere Leonard oggi significa rischiare di ritrovarsi, quando James smetterà, nella stessa situazione di Cleveland adesso.
Certo, magari con qualche banner in più appeso al soffitto dello Staples.
giovedì 27 luglio 2017
Summer League dei Lakers
Pur senza Ball, MVP del torneo, abbiamo vinto la Summer League. 💪
Ok, vale come la Coppa del Nonno del Bagno "Da Franco", ma intanto la differenza dagli anni scorsi si è vista.
Cominciamo dalle cose positive.
Tenendo conto del livello del torneo, con squadre assemblate alla bell'e'meglio con scarti della società allenati da gente palesemente ubriaca nella palestra dell'oratorio, mi è piaciuto abbastanza la circolazione palla del Lakers, con extra-pass frequenti (talvolta pure eccessivi) e un discreto uso del p'n'r. Non male anche la difesa e la propensione alla transizione, in entrambe le fasi.
Ingram è durato una partita, poi l'inequivocabile gesto di Magic ha decretato la fine del suo torneo, nonostante l'infortunio non si possa nemmeno definire tale (ma era giusto evitare rischi inutili). Ma in quella partita ha dominato sia in attacco che in difesa, mostrando ottime cose e pure un filino di muscolatura in più rispetto a quello che ricordavo tre mesi fa. Basta guardare la prima azione della prima partita della Summer League, con la gentile collaborazione di Lonzo (giusto per mettere in chiaro le cose):
Lonzo-Ingram connection
Ball: come detto, mi è sembrato un fenomeno. Poi magari tra i grandi prenderà legnate, non lo so, ma come definito da qualcuno, sembra uno "Stockton con 20 centimetri in più di cazzo". La visione di 'sto ragazzo è ai limiti della veggenza, vede tutti ovunque siano e riesce a raggiungerli con passaggi alla Matrix. O quarterback NFL:
Tom Brady gli fa 'na pippa
Il ball-handling non è il suo punto di forza, ma è pure capace di finire al ferro sfruttando la maggiore altezza rispetto al suo marcatore abituale. Buono il gioco in pick&roll, mentre il tiro da fuori è stato piuttosto ondivago, anche se con una tendenza al miglioramento col proseguo delle partite. La meccanica strana non l'ha penalizzato (si prevedevano stoppate frequenti, non ce ne sono state). La difesa non è d'elite, ma è qualcosa su cui si può lavorare: grazie alla braccia piuttosto lunghe, anche passare dietro al blocco non è troppo penalizzante, anche se riesce spesso a passare tra bloccante e palleggiatore. Il feeling con Kuzma è stato immediato, con transizioni al limite del possibile (con difesa ridicolizzata). In prospettiva, assieme a Clarkson (uno che ama correre, visto che al liceo si dilettava con la velocità in atletica), potrebbero davvero spezzare le partite. Ah, e per la cronaca, ha il record di assist nella SL, staccando gente come Wall e Dame. Così, per dire.
Ecco, Kuzma, altra notizia notevolissima. E' uno stretch-four che capita a fagiuolo nel roster, visto che è uno spot che proprio ci mancava. Giocatore davvero completo, con un tiro da fuori con medie curryane (48% su 7 tentativi a gara), ottima velocità e controllo del corpo, attento in difesa e abilissimo pure a finire al ferro. Come detto, ci serviva uno così, perché va a colmare le lacune di Randle e Nance. IMHO potrebbe pure ritagliarsi dei minuti da tre, visto l'atletismo.
Non malaccio anche Vander Blue: reduce da una G-League dominata (MVP 2016/17), ha bullizzato intere difese, ma, sinceramente, lo vedo molto più adatto a contesti meno di livello, rispetto alla NBA (leggi Europa). Pelinka e Magic devono essere del mio stesso avviso, visto che a roster gli è stato preferito Caruso: la "capigliatura" lo rende un veterano, ma dopo essere finito undrafted lo scorso anno, s'è meritato una chance come backup di Lonzo in regia. Mastino alla Dellavedova, con meno bava alla bocca ma con più intelligenza, è stata una piacevole sorpresa. Peccato per la propensione alle palle perse. Giocherà 3 minuti di media, ma saranno tutti da ridere.
Thomas Bryant merita il premio "American Pie": con quel suo entusiasmo fanciullesco, mi ricorda la precocità di Jim con Nadia:
Thomas Bryant dopo aver fatto canestro
E poi una maglia col nome Bryant senza il 24 sotto (o l'8, per i nostalgici) proprio non se po' vedere. Mi sembra alquanto lontano da una possibilità qualunque di calcare in tempi brevi i parquet dei pro.
Il problema è che, attualmente, gli unici centri che abbiamo sono Lopez e Zubac. E quest'ultimo è stato uno delusione.
Sia chiaro, i suoi numeri li ha messi, ma considerata l'esperienza maturata e l'ottima impressione di quest'ultimo anno, mi aspettavo di vederlo dominare sotto i tabelloni. Al contrario s'è fatto mangiare in testa da chiunque a rimbalzo e in post. Come bloccante non è che sia tutto sto granché (diciamo poco smaliziato, va), recupera qualche punto col tiro dalla media. Un po' pochino per il nostro centro di riserva.
L'altra scelta, Hart, ha giocato poco (solo 2 gare, non so se per infortunio o altro) ed ha poco esaltato. Thomas, al contrario, è partito un po' contratto (non ne metteva una) per poi finire invece alla grande (62% al tiro in 8 gare). Discorso simile per Wear, anche se con cifre un po' meno esaltanti. Spero che questi finiscano in G-League (ex D-League, per chi non lo sapesse) a macinare minuti ed esperienza. Come role-player, non mi sono dispiaciuti.
A conti fatti, una Summer League con spunti davvero interessanti che alimentano l'hype per la prossima stagione.
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venerdì 16 settembre 2016
Il costo del rispetto
Una foto sfocata, probabilmente il frame di una ripresa video, un particolare sfuggito a quasi tutti. Un campo da football, uomini corazzati da armature in plastica e muscoli d'acciaio. Ed uno solo, di quegli uomini, seduto.
In questo post non si parla di sport, anche se si parla di sport.
In questo post parlo di rispetto.
Il numero 7 in maglia rossa è Colin Rand Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers. Ed è seduto non perché stanco o infortunato, ma in segno di protesta.
Mi chiederai che protesta sia stare seduti ed è proprio qui che la storia si fa complicata.
Milwaukee, Wisconsin. Patria dei Blues Brother e di Fonzie (quello vero, non il nostro sovrappeso Presidente). Non sarebbe un brutto posto dove nascere, tranne che se tua madre, appena maggiorenne e senza un soldo, viene abbandonata da tuo padre prima che tu nasca. Lei bianca, lui nero. Nei tuoi geni è già presente tutta la contraddizione di un paese che adora gli afroamericani come dei del campo da football, sempre che abbiano evitato da giovani i poliziotti dal grilletto facile.
Kaep, come viene soprannominato adesso, viene adottato da una coppia appena nato e passa la sua infanzia in Wisconsin. Anche questo non è un brutto posto dove passare le vacanze, ma d'estate si superano i 40° e d'inverno si scende ben sotto i -20°. Ancora contraddizioni.
Colin cresce velocemente, è alto, grosso, veloce ed intelligente. Eccelle in ogni sport, è il tipo d'uomo che potrebbe fare qualsiasi cosa con il suo fisico. Ovviamente sceglie il football.
Non sto a farti la cronistoria della sua carriera, gente molto più esperta e brava di me ha scritto fiumi di inchiostro su di lui. Ti basti sapere che al suo secondo anno, entrando come sostituto del QB titolare Alex Smith, ha trascinato i 49ers al SuperBowl, poi perso per appena 3 punti. Kaep era il simbolo di quella squadra, di quella città e di tutto il Paese. L'ennesima storia di uno nato nelle peggiori circostanze che giunge ad un passo da sogno.
Oggi Kaepernick è in un baratro profondo. La carriera sportiva, dopo quel SuperBowl, è andata in calando, come una candela bruciata troppo in fretta. Ha perso il posto da titolare, la fiducia del nuovo allenatore e, probabilmente, anche della dirigenza. E' vero, ha un contratto fino al 2020 di 12-15 milioni di $ l'anno, ma la situazione non è per nulla rosea.
Colin lo sa benissimo, ma durante l'inno nazionale in una normalissima partita di preseason (un'amichevole, in pratica), non si alza. Comprende che, nella situazione in cui si trova, sta rischiando il suo futuro sportivo e personale. Non una parola, non un gesto eclatante. Semplicemente resta seduto al suo posto, fino a che l'ultima lunga nota di Star Spangled Banner non sfuma nell'applauso dello stadio.
Il gesto è così silenzioso e minimalista che solo un giornalista, accortosi della cosa, ne chiede lumi allo stesso Kaepernick, nella conferenza stampa dopo-partita. Ed è in quel momento che la cosa assume toni apocalittici per l'opinione pubblica americana.
Kaepernick conferma che non si è alzato durante l'inno poiché non può rispettare la bandiera di un paese che opprime i suoi fratelli neri solo per il fatto che sono neri.
La storia finisce di essere sportiva e diventa politica. Gli Stati Uniti si dividono nelle loro contraddizioni in fatto di censo, razza e diritti. Una parte lo accusa di non avere rispetto per tutti coloro che sono morti per quella bandiera, per le loro libertà. Altri lo sostengono per le sue posizioni contro quella che sta mediaticamente diventando un massacro di giovani neri.
Contraddizioni
Visto da questa parte dell'oceano, la questione sembra fin troppo semplice. Ma per gli americani l'inno è qualcosa di sacro. Ed a questo punto è necessaria un po' di storia. Il nostro inno, ad esempio, richiama a valori di unità, di patria, di storia. L'inno americano è invece dedicato alla loro bandiera. Perché gli Stati Uniti hanno una storia breve, non hanno un passato al quale richiamarsi, l'unica cosa che li unisce è appunto la loro bandiera. E non alzarsi durante l'inno equivale a non rispettare l'intero Paese.
La loro bandiera e di conseguenza il loro inno è qualcosa di così connaturato nella loro cultura che difficilmente noi europei riusciamo a comprenderlo. Se guardata con attenzione, troverete l'immagine della bandiera a stelle e strisce ovunque, nei caschi, nelle maglie, sui tabelloni dei canestri, nelle spatole per girare gli hamburger. In certi stati, non avere la bandiera che sventola nel giardino davanti casa è peggio che essere segnalati come molestatori sessuali.
La risposta migliore a tutto questo clamore mediatico l'ha data infine un veterano di guerra. Non una persona famosa o influente, ma un semplice combattente. Ha risposto a chi gli chiedeva il suo parere da veterano sulla vicenda con un lungo post sulla sua bacheca che si riassume in due concetti piuttosto semplici.
Il primo è che il rispetto va guadagnato e mantenuto tale. Non si può obbligare qualcuno a portarti rispetto, o ciò che si otterrà sarà solo minor rispetto. Se Kaepernick non prova rispetto per il suo paese perché sente che non stia facendo abbastanza per la sua gente, è giusto che possa dirlo silenziosamente.
E questo è il secondo punto: tutti i veterani che hanno combattuto, tutti i giovani che sono morti, l'hanno fatto proprio per dare a lui la libertà di esternare il suo pensiero, che si può o meno essere in accordo, ma lui dovrà avere la possibilità di dirlo.
Questa è una differenza sottile tra il nostro modo di pensare una nazione ed il loro. Noi pensiamo che lo Stato dovrebbe darci il diritto di fare qualcosa, loro pensano alla libertà di comportarsi come credono.
Il loro è il Paese più ipocrita del mondo, eppure è proprio su questa ipocrisia che si regge tutto il sistema. Ma non appena qualcuno incrina questa certezza diventa come un pettine che raccoglie tutti i nodi.
Tutti sanno che la violenza genera violenza, che ci sono interi quartieri dove crescere senza entrare in una gang è semplicemente impensabile, dove la polizia è talmente nevrotica da reagire con l'estrema violenza delle armi anche in situazioni ove non sarebbe necessaria. Ma pur di non comprimere una libertà per loro fondamentale (il possesso delle armi), preferiscono guardare dall'altra parte. E' in questa situazione che coloro che ne hanno la possibilità, stanno cercando di fare qualcosa affinché l'opinione pubblica lentamente ripensi alle proprie posizioni.
Carmelo Anthony, Chris Paul, Dwayne Wade e LeBron James.
Kaepernick non è stato il primo e non è stato l'ultimo. Pochi mesi prima di lui quattro tra i più famosi cestisti ha sostenuto un discorso toccante e accorato affinché le cose cambino. E prima di loro furono le Pantere Nere alle Olimpiadi del Messico (tra l'altro imitate pochi giorni fa da colleghi di Colin), Muhammad Ali prima di loro, e da tanti altri sportivi più o meno famosi.
Perché l'america bianca e repubblicana non vede di buon occhio gli afroamericani, se non quando giocano a football, a basket o vincono medaglie d'oro. E proprio loro hanno la possibilità e l'opportunità di cambiare le cose.
Anche non portando rispetto al proprio Paese.
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giovedì 15 settembre 2016
Los Angeles Lakers 2016 Preview
L'immagine di apertura non poteva che essere dedicata a lui, Kobe Bean Bryant (e se volete sapere il motivo di quel Bean [fagiolo] dovreste studiarvi la biografia del padre, o almeno il suo soprannome), detto Black Mamba (che per inciso è verde).
Dopo 20 anni, 1346 partite e 33643 punti, il buon vecchio Kobe ha appeso l'ossessione al chiodo e lasciato spazio e maglia (ma deduco non il numero) a giovani virgulti, incaricandoli di risollevare le sorti della scalcinata franchigia che sono diventati i Los Angeles Lakers.
Per la prima volta nella storia della NBA, infatti, i Lakers non sono approdati ai Play Off per tre anni di seguito. Inutile starne ad elencare i motivi (la storia in breve: la dirigenza ha puntato tutto su fenomeni sul viale del tramonto o giovani in fase calante, venendo puniti dagli infortuni), preferisco guardare al presente e soprattutto al futuro, vedere cosa c'è di buono e capire a cosa aspirare in questa imminente stagione.
Staff tecnico
Luke Walton, figlio d'arte sul campo e secondo in comando della rivoluzione Warriors, ha seguito il cuore (ed il portafoglio, probabilmente) per tornare nella città che lo ha visto dominare la panchina per anni. Ha condotto i Dubs all'avvio record, lo scorso anno, con Kerr fuori per infortunio (si, più o meno), ma i dubbi su quanto sia suo il merito e quanto di Steve restano. Ma Luke è un uomo intelligente ed ha approcciato la sfida con astuzia. Da lui tutti si aspettano che trasformi i Lakers in emuli di Golden State, ma molto dipenderà dall'attitudine del roster (anche se qualche indizio in tal senso è già stato fornito). In tutti i casi Walton è giovane (2 anni meno di Bryant, per dire), ha sempre avuto un'ottima comprensione del Gioco e di sicuro conosce bene l'ambiente di L.A., che può sì essere divertente e scintillante, ma anche stritolarti se non presti attenzione.
Si, mi riferivo a te...
Walton ha intuito di aver bisogno di un coach d'esperienza per gestire una squadra così complicata e lo ha trovato in Brian Shaw, anch'egli ex giocatore per il Lakers ed appena uscito dall'esperienza come capo allenatore a Denver. Accanto a loro altri assistenti, molti di essi legati in passato ai Lakers. Sembra dunque che l'indirizzo della dirigenza sia quello di portare figure che incarnano la filosofia della franchigia e che possano inserirla nel DNA del giovane roster. Le scelte fin qui fatte, sono state le migliori dalla firma di Pau Gasol nel 2007.
Guardie
Jordan Clarkson e D'Angelo Russel (autonominatisi "Swag Brothers") rappresentano il primo una scommessa per lo più vinta, il secondo l'all-in di una squadra che ormai ha poco da perdere.
Clarkson è una combo-guard scelta alla fine del secondo giro due anni fa, un vero e proprio steal nonostante abbia ancora tanto da dimostrare. Ha atletismo, buone doti di passatore e un tiro da tre piuttosto affidabile (tra alti e bassi stagionali). Il ball-handling è migliorato costantemente, ma la gestione del pick&roll è molto rudimentale. Non ho numeri sotto mano, ma lo vedo molto più efficiente in situazioni di catch&shot. Situazioni guarda caso spesso presenti nello small-ball di Kerr e, speriamo, anche in quello di Walton. Molto hype in estate, alimentato dai continui video dove lo si vede tirare più o meno da centro campo con canestri a ripetizione. Non male anche nell'attacco al ferro e nel tiro dalla media. Un attaccante a tutto tondo, dunque, ma con evidenti limiti difensivi. Viene sempre tagliato fuori dal bloccante e, nonostante l'elevata velocità, difficilmente riesce nel recupero. Non malaccio a rimbalzo, grazie alle doti di elevazione, ma rimane sotto la media.
Russel, invece, è più adatto al ruolo di PG, dato il fisico meno esplosivo (ma attenzione, quest'estate pare aver lavorato molto ed alla Summer League sembrava messo molto bene). Compensa con migliori doti intellettive, sia come passatore (a tratti divino) che nel p&r, molto efficiente lo scorso anno con Nance e Black (per fortuna entrambi confermati, ma ne parleremo dopo). Ottimo anche nel tiro da tre e saltuariamente in penetrazione (appoggia a tabellone molto bene). Migliorabile in difesa, ma ci sono indizi positivi in tal senso. Chiaramente rimane la testa il suo grosso problema. E' arrivato a L.A. a 19 anni ed ha dimostrato meno della sua età (vedasi Nick Young). Scott non è riuscito nello steso intento con cui ha plasmato la mentalità di Clarkson (pare che Scott non sia proprio l'ideale per allenare i rookie), ma speriamo che giocare accanto a gente di un certo tipo (vedi Deng, poco sotto) possa migliorare questo aspetto.
Never Forget.
Ali
Nello spot di ala piccola dovrebbe partire Luol Deng, arrivato dalla free agency con un contratto faraonico e soprattutto lunghissimo, e soprattutto con enormi interrogativi sulla tendenza della sua carriera. A Miami dicono sia finito, ma Deng ha in tutti i casi molte frecce al suo arco. Sopra tutte la grande etica, del lavoro e della vita (vedi fondazioni benefiche fondate, ecc...), ed anche l'enorme esperienza in squadre da titolo. Da un punto di vista tecnico, è un giocatore abbastanza completo, capace di difendere su più posizioni e di attaccare con continuità. Non è un grande rimbalzista, è vero, ma ha comunque un net-rating di +7 (lo scorso anno). Chi storce il naso per il quadriennale, deve però pensare in prospettiva dell'ulteriore aumento del cap che avverrà l'anno prossimo. Però si, terminerà il contratto a 35 anni.
Come power forward è invece confermato Julius Randle. Sfortunata prima scelta del 2014 (si è rotto la tibia dopo appena 15 minuti di gioco di regular season), Julius ha un fisico straripante, ottime doti di rimbalzista (che verranno comode accanto a Deng) e un tiro in sospensione decente. Purtroppo finisce tutto qui. Il p'n'r è inesistente, il gioco in post (nonostante il fisico) è del tutto acerbo ed il tiro è si appena sufficiente, ma non affidabile. Quest'anno deve confermare le potenzialità, dopo il suo vero primo anno da rookie, e soprattutto mostrare indizi di evoluzione, o resterà nulla più di un ottimo fisico scolpito.
"Possiedo cose che voi umani..."
Centro
Altro contrattone per il russo Timofey Mozgov, anche per lui un quadriennale da capogiro. La sua esperienza e le capacità di intimidire sotto canestro saranno utili, il gioco in post è sufficiente, ma se continuiamo il paragone con GS, non ha un decimo della visione di gioco di Bogut (ha una media di mezzo assist a partita in carriera...). Per lo meno, come ogni europeo che si rispetti, non soffre dalla lunetta e la sua eFG% è nella media. I più hanno accusato i Lakers di essersi mossi troppo presto e aver offerto troppi soldi per un giocatore poco più che mediocre. Forse è vero, ma la necessità era avere un centro affidabile, serio e di esperienza che apra la strada ai giovani panchinari (tra i quali un altro europeo di provenienza sovietica, guarda caso). E come rim-protector non è malaccio.
La Panchina
Sul pino sederanno rookie e giocatori di esperienza, ben shakerati. La seconda scelta assoluta Brandon Ingram è un'ala piccola da quasi tutti (tifosi e non) accostato a Kevin Durant. Fisico esile, è vero, ma grande tiro e braccia lunghe a intasare le linee di passaggio. A tratti ho sperato che Ben Simmons (la prima scelta poi andata a Philadelphia) fosse passato, ma più ci penso e più Ingram è la scelta giusta nel nostro contesto. E' un difensore migliore, un tiratore migliore e non ha necessità di maneggiare la palla. Simmons si sarebbe scontrato con JR e DLo, e qualcuno sarebbe dovuto andar via. Dovrà metter su qualche chilo di muscoli (ma non troppi) ed abituarsi alle sportellate della NBA, ma le aspettative sono molto alte. E poi è un bravo ragazzo.
L'altro rookie è Ivica Zubac, croato 19enne a tratti enigmatico. E' un centro di un certo peso (216cm e 120Kg), in Summer League ha dominato nel pitturato con stoppate a ripetizione. Arriva sostanzialmente gratis, ma i fan si aspettano molto (forse memori dell'exploit di Porzingis). Io lo vedo come un ragazzone cresciuto troppo in fretta, un centro atipico, forse vecchia scuola, ma promettente. Avrà minuti se perderemo tante partite, ma davanti a lui c'è anche Tarik Black, il classico centro grande e grosso, non ha grandi margini di miglioramento, ma il gioco in pick&roll è piuttosto buono e anche la mobilità non è male. Ovviamente gli va impedito di tirare a canestro, ma quando serve fisicità in campo, è un buon elemento.
E poi non ha il collo...
Discorso ben diverso per Larry Nance, Jr. Ennesimo figlio d'arte (ho perso il conto), è stata la grande sorpresa (capisci per cosa devo gioire?) del 2015. Ala forte (ma IMHO potrebbe giocare pure da stretch-4) con ottimi livelli di intelletto cestistico, un tiro con i piedi a terra fenomenale e ottimo propensione come rollante (il fatto che sia nativo di Akron, così come due che forse avete già sentito nominare, aiuta). Ho la sensazione che sarà tra i più propensi al sistema small (sempre che tale sia l'obiettivo di Ker....ehm, Walton). Nella Summer League, Nance è sembrato dominare letteralmente tutti nel proprio pitturato, è evidente come sia di un altro livello.
Nello spot di ala piccola, oltre a Ingram, c'è affollamento. Tolto Nick Young, che dubito scenderà in campo dato il Russell-gate (pare che ogni volta che D'Angelo entri in una stanza, tutti si affrettino a nascondere i cellulari), c'è l'enigma Anthony Brown, ottime doti da difensore ma in attacco semplicemente non è un fattore (ma se dovesse migliorare, sarebbe una gran presa - lo scorso anno, il differenziale con lui in campo è stato di +7.8), poi il cinese Jianlian Yi, arrivato con un contratto cosiddetto "creativo", con già un passato non proprio esaltante in NBA, ed infine Zach Auguste, undrafted che tanto male non ha fatto in Summer League (immagino una destinazione in D-League, per lui).
Tipo, se Antonio giocasse sempre così...
Lou Williams, arrivato come SMOY, porterà punti ed esperienza, soprattutto nei finali punto a punto. Spero che Lou se ne vada, perché merita molto più di una squadra ai minimi termini come questi Lakers. Ma finché il contratto sarà valido, non posso che gioire per avere uno come lui in squadra. Purtroppo è uno che preferisce più avere la palla in mano che dettare il passaggio, quindi il suo rendimento in un sistema più collettivo è un po' un'incognita. Discorso opposto per Jose Calderon e Marcelino Huertas: giocatori abbastanza simili, entrambi di scuola europea (anche se Huertas è brasiliano), non grandi atleti (ad esser buoni) e senza margini di miglioramento, ma di sicuro di grandissima esperienza anche ad alti livelli ed in diversi sistemi, più o meno organizzati. Ipotizzo quintetti con Russell come PG e uno di loro in regia, per alcuni tratti di partita, se il binomio con Clarkson non dovesse decollare.
Aspettative
Inutile pensare ai Play Off (ma i miracoli accadono), soprattutto in un Ovest così competitivo. L'obiettivo è migliorare le ultime stagioni, quanto a record: un target un po' povero, lo ammetto, ma di questo dobbiamo accontentarci. La cosa importante sarà sviluppare i giocatori sia come singoli che come gruppo, capire se Walton ha la stoffa dell'allenatore e se è capace di infondere la propria visione nei giovani, se gli "anziani" sapranno dare il contributo in campo e fuori. E chissà, se magari tra qualche anno, queste radici avranno fatto presa nel parquet dello Staples o se ci troveremo ancora a rimpiangere lui...
Mamba out, Obama Out.
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martedì 13 settembre 2016
Il sogno Americano
Quando ero un ragazzino (o meglio, poco più che bambino), spesso mi trovato a giocare da solo, nel campo in cemento della scuola, tirando il pallone contro il muro, allenandomi nei vari tipi di calcio. Caparbiamente, ossessivamente, ma senza metodo.
Non ero (e non sono) un gran calciatore e non ho mai avuto il fisico da sportivo, ma ho sempre utilizzato al meglio la mia capacità di apprendere la tecnica di ogni gioco, magari senza svettare, ma raggiungendo in ogni disciplina sempre buoni risultati.
L'unico pensiero che avevo, all'epoca, oltre la concentrazione sulla posizione del corpo e sul punto di impatto tra palla e piede, era il sogno che un qualunque allenatore, un selezionatore, o magari un calciatore passasse di lì per caso e mi vedesse, magari si fermasse a fare due passaggi, mi portasse ai suoi allenamenti.
Inutile sottolineare come il sogno, ingenuo, sia rimasto tale, ma non ho potuto tornarvi con la memoria quando ho visto questa foto.
14-year-old Robbie McNulty was shooting hoops one night when @Isaiah_Thomas walked over https://t.co/I9DkZkX13p pic.twitter.com/e65onXUJ1l— The Boston Globe (@BostonGlobe) 9 settembre 2016
Isaiah era alla scuola del figlio quando ha visto questo ragazzino, tale Robbie McNulty, intento a tirare a canestro, tutto solo, in un campo mezzo infangato dalla pioggia. Non ci ha pensato due volte, si è presentato come Isaiah (come se quel ragazzino non avesse riconosciuto il frizzante playmaker dei Boston Celtics) ed ha chiesto di fare due tiri assieme a lui.
Non dico che il mio sogno, condiviso con miliardi di bambini in tutto il globo, si avveri solo negli USA, ma non posso che notare come spesso le star di oltre oceano si comportino in modo più umano che nel vecchio continente.
Thomas era alla riunione dei genitori (per dire, io non ci vado mai...), quando uno che guadagna $7M te lo immagini in piscina a sorseggiare Crystal accerchiato da avvenenti 18enni. Certo, Boston non è Los Angeles, è una città che ti porta ad essere umile, con il suo cielo sempre plumbeo, i grattacieli non così eccessivi ed i 17 stendardi (uno per ogni titolo) che pendono sulla tua testa come la damoclea spada ad ogni partita nel TD Garden (il cui parquet sembra fatto con gli scarti, tanto per rimanere in tema).
Intorno a se aveva solo la moglie che (dopo avergli sconsigliato di provare una battuta a baseball) la immagino intenta nel più classico dei facepalm quando lo ha visto dirottarsi verso il canestro.
Dato che ieri era il cinquantenario.
Isaiah non aveva telecamere, giornalisti, social-manager. Si è fermato a giocare con quel ragazzino solo perché da bambino aveva anche lui sognato come tutti noi ed adesso voleva ripagare quel debito verso la fortuna.
Quando ero piccolo come lui, nel mio stabilimento balneare, veniva un ex-calciatore di serie A, ancora piuttosto in forma, ma in ogni caso non certo tra i più famosi. Distava solo poche tende da noi, e si comportava da fenomeno (nell'accezione negativa del termine). Il che, non calcando più il campo da calcio da anni, era per lo meno fuori luogo. Cellulare con suoneria a manetta, voce alta, poco rispetto. Per inciso, il figlio, più o meno della mia età, aveva preso in gran parte dal padre.
Non per fare paragoni, ma mi piace accostare le due situazioni.
Tutto questo porta a chiedermi quanti calciatori, in Italia o anche in Europa farebbero lo stesso, senza pensare di averne un ritorno mediatico. Mi viene in mente, ad esempio, Cristiano Ronaldo:
Cristiano Ronaldo tra 30 anni dopo una vita cercando di imitare Gianluca Vacchi.
Sketch simpatico (ma anche no), ma in situazioni ben differenti: uno era da solo che un suo fan (ma poteva anche non esserlo), senza telecamere pronte ad immortalarlo, senza nemmeno un tweet (se non una piccola battuta sul profilo Instagram del ragazzino, giusto per confermare l'evento), sostanzialmente in mezzo al nulla.
L'altro era in centro di Madrid, dove in pratica è Dio con addominali più scolpiti, seguito da videocamere nascoste e accerchiato da orde di fan.
Non voglio dire chi sia meglio di chi, che negli USA siano tutti stinchi di santo o che in Italia siano tutti stinchi di Balotelli, ma credo anche che ci sia un motivo per il quale si chiama Sogno Americano e non Sogno Italiano o Sogno Spagnolo. Probabilmente il fatto che viva in una città ben distante da qualunque sportivo di primo piano abbassa drasticamente quella che è la mia percezione di normalità delle star nostrane.
Ma quanto spesso capita che, che ne so, Maradona partecipasse ad un torneo di calcio per strada? A New York era normale vedere gente già affermata in NBA partecipare ai tornei di playground durante l'estate. E di certo gli avversari non si risparmiavano, potendosi confrontare con quelli che, spesso, erano i propri idoli. E non raramente riuscendo perfino a batterli.
Oggi è più raro, fosse anche solo per problemi di natura logistica, vedere LeBron o Durant partecipare ad un playground, ma di sicuro capita ancora che un All-Star si fermi a giocare con un ragazzino solitario in un umido campetto di periferia.
Se io fossi ancora un bambino, saprei cosa sognare.
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