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giovedì 27 luglio 2017

Summer League dei Lakers


Pur senza Ball, MVP del torneo, abbiamo vinto la Summer League. 💪

Ok, vale come la Coppa del Nonno del Bagno "Da Franco", ma intanto la differenza dagli anni scorsi si è vista.

Cominciamo dalle cose positive.

Tenendo conto del livello del torneo, con squadre assemblate alla bell'e'meglio con scarti della società allenati da gente palesemente ubriaca nella palestra dell'oratorio, mi è piaciuto abbastanza la circolazione palla del Lakers, con extra-pass frequenti (talvolta pure eccessivi) e un discreto uso del p'n'r. Non male anche la difesa e la propensione alla transizione, in entrambe le fasi.

Ingram è durato una partita, poi l'inequivocabile gesto di Magic ha decretato la fine del suo torneo, nonostante l'infortunio non si possa nemmeno definire tale (ma era giusto evitare rischi inutili). Ma in quella partita ha dominato sia in attacco che in difesa, mostrando ottime cose e pure un filino di muscolatura in più rispetto a quello che ricordavo tre mesi fa. Basta guardare la prima azione della prima partita della Summer League, con la gentile collaborazione di Lonzo (giusto per mettere in chiaro le cose):
 Lonzo-Ingram connection

Ball: come detto, mi è sembrato un fenomeno. Poi magari tra i grandi prenderà legnate, non lo so, ma come definito da qualcuno, sembra uno "Stockton con 20 centimetri in più di cazzo". La visione di 'sto ragazzo è ai limiti della veggenza, vede tutti ovunque siano e riesce a raggiungerli con passaggi alla Matrix. O quarterback NFL:

Tom Brady gli fa 'na pippa

Il ball-handling non è il suo punto di forza, ma è pure capace di finire al ferro sfruttando la maggiore altezza rispetto al suo marcatore abituale. Buono il gioco in pick&roll, mentre il tiro da fuori è stato piuttosto ondivago, anche se con una tendenza al miglioramento col proseguo delle partite. La meccanica strana non l'ha penalizzato (si prevedevano stoppate frequenti, non ce ne sono state). La difesa non è d'elite, ma è qualcosa su cui si può lavorare: grazie alla braccia piuttosto lunghe, anche passare dietro al blocco non è troppo penalizzante, anche se riesce spesso a passare tra bloccante e palleggiatore. Il feeling con Kuzma è stato immediato, con transizioni al limite del possibile (con difesa ridicolizzata). In prospettiva, assieme a Clarkson (uno che ama correre, visto che al liceo si dilettava con la velocità in atletica), potrebbero davvero spezzare le partite. Ah, e per la cronaca, ha il record di assist nella SL, staccando gente come Wall e Dame. Così, per dire.


Ecco, Kuzma, altra notizia notevolissima. E' uno stretch-four che capita a fagiuolo nel roster, visto che è uno spot che proprio ci mancava. Giocatore davvero completo, con un tiro da fuori con medie curryane (48% su 7 tentativi a gara), ottima velocità e controllo del corpo, attento in difesa e abilissimo pure a finire al ferro. Come detto, ci serviva uno così, perché va a colmare le lacune di Randle e Nance. IMHO potrebbe pure ritagliarsi dei minuti da tre, visto l'atletismo.

Non malaccio anche Vander Blue: reduce da una G-League dominata (MVP 2016/17), ha bullizzato intere difese, ma, sinceramente, lo vedo molto più adatto a contesti meno di livello, rispetto alla NBA (leggi Europa). Pelinka e Magic devono essere del mio stesso avviso, visto che a roster gli è stato preferito Caruso: la "capigliatura" lo rende un veterano, ma dopo essere finito undrafted lo scorso anno, s'è meritato una chance come backup di Lonzo in regia. Mastino alla Dellavedova, con meno bava alla bocca ma con più intelligenza, è stata una piacevole sorpresa. Peccato per la propensione alle palle perse. Giocherà 3 minuti di media, ma saranno tutti da ridere.

Thomas Bryant merita il premio "American Pie": con quel suo entusiasmo fanciullesco, mi ricorda la precocità di Jim con Nadia:

Thomas Bryant dopo aver fatto canestro

E poi una maglia col nome Bryant senza il 24 sotto (o l'8, per i nostalgici) proprio non se po' vedere. Mi sembra alquanto lontano da una possibilità qualunque di calcare in tempi brevi i parquet dei pro. 

Il problema è che, attualmente, gli unici centri che abbiamo sono Lopez e Zubac. E quest'ultimo è stato uno delusione.

Sia chiaro, i suoi numeri li ha messi, ma considerata l'esperienza maturata e l'ottima impressione di quest'ultimo anno, mi aspettavo di vederlo dominare sotto i tabelloni. Al contrario s'è fatto mangiare in testa da chiunque a rimbalzo e in post. Come bloccante non è che sia tutto sto granché (diciamo poco smaliziato, va), recupera qualche punto col tiro dalla media. Un po' pochino per il nostro centro di riserva.

L'altra scelta, Hart, ha giocato poco (solo 2 gare, non so se per infortunio o altro) ed ha poco esaltato. Thomas, al contrario, è partito un po' contratto (non ne metteva una) per poi finire invece alla grande (62% al tiro in 8 gare). Discorso simile per Wear, anche se con cifre un po' meno esaltanti. Spero che questi finiscano in G-League (ex D-League, per chi non lo sapesse) a macinare minuti ed esperienza. Come role-player, non mi sono dispiaciuti.

A conti fatti, una Summer League con spunti davvero interessanti che alimentano l'hype per la prossima stagione.

giovedì 6 ottobre 2016

NFL Week 4 - Kansas City Chiefs at Pittsburgh Steelers


Allora, ricapitoliamo.
Fumble, intercetto, punt fuori campo, field goal sul palo, TD su ritorno annullato, downs.
Più o meno il riassunto della partita in meno di una riga.
Tutto quello che di negativo (escluso infortuni) può succedere ad una squadra in una partita di football, è successo ai Chiefs domenica scorsa.

E' chiaro, non è una scusa per la sconfitta, avremmo perso in qualunque caso. Troppo forti gli Steelers e troppo scarsi noi, sia in attacco che, soprattutto, in difesa. Amnesie difensive ingiustificabili, intensità nei placcaggi, per così dire, rivedibile, drop incredibili e scarsa attenzione sui blocchi.

Da tifoso l'unica cosa che posso è aggrapparmi alla speranza che tutta la negatività si sia concetrata in quest'unica partita, che le pessime condizioni meteo (e del campo) abbiano negativamente influenzato la nostra prestazione e che, soprattutto, serva di lezione ad una squadra che non sta assolutamente rispettando le aspettative.

Nota positiva il rientro di Charles, anche se con esiti dimenticabili. Male tutti, con piccole menzioni d'onore a Ware e Hill. Ma nemmeno loro arrivano alla sufficienza (e forse nemmeno al 5).
Se non cambia qualcosa, i Playoff sono un miraggio.

giovedì 29 settembre 2016

NFL Week 3 - New York Jets at Kansas City Chiefs


Sei intercetti.
Roba che tante squadre ne fanno meno in un intero anno.
I Chiefs ne hanno fatti tanti in una sola partita.

La sintesi della serata sta in questo numero.
Il caro amico Fitz è sembrato, ad un certo punto impossibilitato a lanciare, visto che completava più intercetti che lanci. Eppure, nonostante questa larga vittoria, i lati oscuri nel gioco di Kansas City rimangono.

La partita
Dopo i primi due drive interlocutori, i Jets ripartono dalla loro prima yard, grazie ad un gran punt di Colquitt. Poi il primo intercetto. Sono passati 10 minuti e Peters riceve un lancio neppure troppo malvagio di Fitzpatrick. E' il terzo in tre partite, ma è solo l'inizio.
Ware e Hill guadagnano 13 yardes a testa, poi si entra nella zona Kelce: TD.
Il secondo quarto comincia con un fumble. Perché se gli intercetti alla fine saranno 6, ad essi si aggiungono altri due turnover. Ma l'attacco non punge e ci vuole il solito Santos, con un abbordabilissimo calcio da 27yardes per aggiornare nuovamente il tabellino.
Cosa che si ripete subito dopo, perché sulla sua rimessa in gioco, lo Special Team causa un fumble, non ricoperto ma preso al volo da Harris, per il secondo TD.
Fitzpatrick sembra sbloccarsi quando, con un lancio profondo per Anderson, guadagna 26 yardes. Poi il drive si ferma e i Jets sono costretti al calcio. Saranno gli unici punti della partita.
Smith ha due minuti al termine del primo tempo, bastano appena per una sportellata da Richardson e Williams.

 Il terzo quarto riparte con le squadre contratte. Kansas City tenta di controllare la partita, ma commette infrazioni a ripetizione. New York non ne approfitta, con Fitzpatrick che continua a lanciare per tentare il recupero.
Gli arbitri tolgono un TD sacrosanto a Ware, dopo un volo spettacolare in endzone. La cosa credo abbia fatto alterare non poco i Capi, tanto che le successive 5 azioni dei Jets termineranno con un intercetto, il quarto dei quali terminato meritatamente di forza e di determinazione in touchdown da Derrick Johnson.
C'è tempo solo per del garbage time, decorato dall'ultimo intercetto di giornata.

Il commento
Una vittoria è una vittoria, e con 16 partite a campionato non è che si possa stare a questionare sul come sia arrivata.
Ma è indubbio che la squadra soffra ancora di problemi sistematici all'attacco. Problemi che non so quanto possano risolversi con il rientro di Charles.
Kelce è ulteriormente salito di livello rispetto allo scorso anno, anche se commette ancora troppi offside. Ware è una grande sopresa, un RB che quasi completa più ricezioni che corse. E grande aspettativa anche per Hill, che al contrario ama partire da dietro e piazzare accelerazioni fantascientifiche che letteralmente bucano la difesa.
Ma spesso Smith non riesce ad innescare queste giocate, o si fa leggere troppo facilmente dalla difesa avversaria.
Aggiungiamoci un Maclin molto sorvegliato dagli avversari (ed a tratti un po' disattento) ed all'ingombrante presenza in tuta fuori dal campo di Jamaal, e troviamo le ragioni dei nostri problemi.

Quanto alla difesa, non riesco a discernere quanto sia merito nostro e quanto demerito dei Jets. C'è da dire che anche prima del quarto quarto da incubo di Fitzpatrick, la difesa aveva già completato un intercetto e due fumble, oltre a costringere i Jets ad un solo FG, per altro non semplicissimo.
Resta il problema sack, appena tre in tre partite (e zero contro i Jets). Vero, quando raccogli 8 intercetti, significa che in un modo o nell'altro i QB sono sotto pressione, anche se non quella tradizionale nella tasca.

Ma non mi sento molto tranquillo.


lunedì 19 settembre 2016

Lungimiranza

Ieri si è disputato il decimo round del Mondiale Superbike 2016.
Come avrai capito dall'immagine di apertura, pioveva.

Gara 1 si è corsa come al solito (da quest'anno) al sabato, mentre gara 2, disputata il giorno dopo, è stata sospesa prima della partenza, poi è stato fatto un'altro warm-up lap, poi è stata sospesa ed infine è ripartita con meno giri da completare. Tutto questo a causa della pioggia.
Alcuni piloti si lamentavano perché sgommavano anche sul dritto (Hayden), cosa piuttosto normale quando piloti una moto da 230cv su una pista mezza allagata.
Altri erano intimoriti dall'eccessiva quantità di acqua sollevata dalle moto, che rendeva la visibilità nulla e riportava alla mente tragici incidenti non ignorabili.

Correre a settembre in Germania e sperare che non piova equivale a giocare alla roulette russa con una pistola automatica.

I volponi dell'organizzazione hanno stilato un calendario idiosincratico: hanno fatto tre gare di maggio per poi organizzarne solo due tra giugno e luglio, con i motori fermi più di 2 mesi (appunto da gara 2 di Laguna Seca, il 10 di luglio) per poi ripartire con due round europei a forte rischio maltempo (Germania, appunto, e Francia) in settembre e terminare il calendario con le due tappe di ottobre in Spagna e Qatar.

Io capisco che cerchino di fare le gare quando prevedono ci sia la maggior affluenza di pubblico, ma dubito fortemente che la gente assista volentieri ad uno spettacolo come quello di ieri. Tolto che, molto spesso, chi va alle gare SBK ci va in moto e non è granché contento di prendersi secchiate d'acqua dai tir per andare e tornare dal circuito.
E poi, parliamoci chiaro, le gare sull'asciutto sono molto più appassionanti, i piloti rischiano meno di cadere e spaccarsi qualche osso (Giuliano?) ed i valori in campo sono quelli reali, non quelli dettati dal livello di incoscienza di ognuno.

Senza contare che, con due mesi di fermo, l'appeal e l'interesse nel Campionato non possono che calare. Io che seguo le gare abbastanza assiduamente, quasi non ricordavo come stava messa la classifica. Non è certo questo il modo per rendere appetibile una classe che sta perdendo pezzi e seguito.
Non vorrei fare il complottista, ma sembra quasi che Dorna, dopo aver comprato il Campionato SBK (tramite Bridgepoint), stia facendo di tutto per sabotarlo. O, come vorrebbero alcune voci, per accorparlo al mondiale MotoGP.

Forse Ezpeleta è effettivamente lungimirante.

venerdì 16 settembre 2016

Il costo del rispetto


Una foto sfocata, probabilmente il frame di una ripresa video, un particolare sfuggito a quasi tutti. Un campo da football, uomini corazzati da armature in plastica e muscoli d'acciaio. Ed uno solo, di quegli uomini, seduto.
In questo post non si parla di sport, anche se si parla di sport.
In questo post parlo di rispetto.

Il numero 7 in maglia rossa è Colin Rand Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers. Ed è seduto non perché stanco o infortunato, ma in segno di protesta.
Mi chiederai che protesta sia stare seduti ed è proprio qui che la storia si fa complicata.

Milwaukee, Wisconsin. Patria dei Blues Brother e di Fonzie (quello vero, non il nostro sovrappeso Presidente). Non sarebbe un brutto posto dove nascere, tranne che se tua madre, appena maggiorenne e senza un soldo, viene abbandonata da tuo padre prima che tu nasca. Lei bianca, lui nero. Nei tuoi geni è già presente tutta la contraddizione di un paese che adora gli afroamericani come dei del campo da football, sempre che abbiano evitato da giovani i poliziotti dal grilletto facile.
Kaep, come viene soprannominato adesso, viene adottato da una coppia appena nato e passa la sua infanzia in Wisconsin. Anche questo non è un brutto posto dove passare le vacanze, ma d'estate si superano i 40° e d'inverno si scende ben sotto i -20°. Ancora contraddizioni.
Colin cresce velocemente, è alto, grosso, veloce ed intelligente. Eccelle in ogni sport, è il tipo d'uomo che potrebbe fare qualsiasi cosa con il suo fisico. Ovviamente sceglie il football.
Non sto a farti la cronistoria della sua carriera, gente molto più esperta e brava di me ha scritto fiumi di inchiostro su di lui. Ti basti sapere che al suo secondo anno, entrando come sostituto del QB titolare Alex Smith, ha trascinato i 49ers al SuperBowl, poi perso per appena 3 punti. Kaep era il simbolo di quella squadra, di quella città e di tutto il Paese. L'ennesima storia di uno nato nelle peggiori circostanze che giunge ad un passo da sogno.

Oggi Kaepernick è in un baratro profondo. La carriera sportiva, dopo quel SuperBowl, è andata in calando, come una candela bruciata troppo in fretta. Ha perso il posto da titolare, la fiducia del nuovo allenatore e, probabilmente, anche della dirigenza. E' vero, ha un contratto fino al 2020 di 12-15 milioni di $ l'anno, ma la situazione non è per nulla rosea.
Colin lo sa benissimo, ma durante l'inno nazionale in una normalissima partita di preseason (un'amichevole, in pratica), non si alza. Comprende che, nella situazione in cui si trova, sta rischiando il suo futuro sportivo e personale. Non una parola, non un gesto eclatante. Semplicemente resta seduto al suo posto, fino a che l'ultima lunga nota di Star Spangled Banner non sfuma nell'applauso dello stadio.
Il gesto è così silenzioso e minimalista che solo un giornalista, accortosi della cosa, ne chiede lumi allo stesso Kaepernick, nella conferenza stampa dopo-partita. Ed è in quel momento che la cosa assume toni apocalittici per l'opinione pubblica americana.
Kaepernick conferma che non si è alzato durante l'inno poiché non può rispettare la bandiera di un paese che opprime i suoi fratelli neri solo per il fatto che sono neri.

La storia finisce di essere sportiva e diventa politica. Gli Stati Uniti si dividono nelle loro contraddizioni in fatto di censo, razza e diritti. Una parte lo accusa di non avere rispetto per tutti coloro che sono morti per quella bandiera, per le loro libertà. Altri lo sostengono per le sue posizioni contro quella che sta mediaticamente diventando un massacro di giovani neri.

Contraddizioni

Visto da questa parte dell'oceano, la questione sembra fin troppo semplice. Ma per gli americani l'inno è qualcosa di sacro. Ed a questo punto è necessaria un po' di storia. Il nostro inno, ad esempio, richiama a valori di unità, di patria, di storia. L'inno americano è invece dedicato alla loro bandiera. Perché gli Stati Uniti hanno una storia breve, non hanno un passato al quale richiamarsi, l'unica cosa che li unisce è appunto la loro bandiera. E non alzarsi durante l'inno equivale a non rispettare l'intero Paese. 
La loro bandiera e di conseguenza il loro inno è qualcosa di così connaturato nella loro cultura che difficilmente noi europei riusciamo a comprenderlo. Se guardata con attenzione, troverete l'immagine della bandiera a stelle e strisce ovunque, nei caschi, nelle maglie, sui tabelloni dei canestri, nelle spatole per girare gli hamburger. In certi stati, non avere la bandiera che sventola nel giardino davanti casa è peggio che essere segnalati come molestatori sessuali.


La risposta migliore a tutto questo clamore mediatico l'ha data infine un veterano di guerra. Non una persona famosa o influente, ma un semplice combattente. Ha risposto a chi gli chiedeva il suo parere da veterano sulla vicenda con un lungo post sulla sua bacheca che si riassume in due concetti piuttosto semplici.
Il primo è che il rispetto va guadagnato e mantenuto tale. Non si può obbligare qualcuno a portarti rispetto, o ciò che si otterrà sarà solo minor rispetto. Se Kaepernick non prova rispetto per il suo paese perché sente che non stia facendo abbastanza per la sua gente, è giusto che possa dirlo silenziosamente.
E questo è il secondo punto: tutti i veterani che hanno combattuto, tutti i giovani che sono morti, l'hanno fatto proprio per dare a lui la libertà di esternare il suo pensiero, che si può o meno essere in accordo, ma lui dovrà avere la possibilità di dirlo.

Questa è una differenza sottile tra il nostro modo di pensare una nazione ed il loro. Noi pensiamo che lo Stato dovrebbe darci il diritto di fare qualcosa, loro pensano alla libertà di comportarsi come credono. 

Il loro è il Paese più ipocrita del mondo, eppure è proprio su questa ipocrisia che si regge tutto il sistema. Ma non appena qualcuno incrina questa certezza diventa come un pettine che raccoglie tutti i nodi.
Tutti sanno che la violenza genera violenza, che ci sono interi quartieri dove crescere senza entrare in una gang è semplicemente impensabile, dove la polizia è talmente nevrotica da reagire con l'estrema violenza delle armi anche in situazioni ove non sarebbe necessaria. Ma pur di non comprimere una libertà per loro fondamentale (il possesso delle armi), preferiscono guardare dall'altra parte. E' in questa situazione che coloro che ne hanno la possibilità, stanno cercando di fare qualcosa affinché l'opinione pubblica lentamente ripensi alle proprie posizioni.

Carmelo Anthony, Chris Paul, Dwayne Wade e LeBron James.

Kaepernick non è stato il primo e non è stato l'ultimo. Pochi mesi prima di lui quattro tra i più famosi cestisti ha sostenuto un discorso toccante e accorato affinché le cose cambino. E prima di loro furono le Pantere Nere alle Olimpiadi del Messico (tra l'altro imitate pochi giorni fa da colleghi di Colin), Muhammad Ali prima di loro, e da tanti altri sportivi più o meno famosi.

Perché l'america bianca e repubblicana non vede di buon occhio gli afroamericani, se non quando giocano a football, a basket o vincono medaglie d'oro. E proprio loro hanno la possibilità e l'opportunità di cambiare le cose. 
Anche non portando rispetto al proprio Paese.

giovedì 15 settembre 2016

Los Angeles Lakers 2016 Preview


L'immagine di apertura non poteva che essere dedicata a lui, Kobe Bean Bryant (e se volete sapere il motivo di quel Bean [fagiolo] dovreste studiarvi la biografia del padre, o almeno il suo soprannome), detto Black Mamba (che per inciso è verde).
Dopo 20 anni, 1346 partite e 33643 punti, il buon vecchio Kobe ha appeso l'ossessione al chiodo e lasciato spazio e maglia (ma deduco non il numero) a giovani virgulti, incaricandoli di risollevare le sorti della scalcinata franchigia che sono diventati i Los Angeles Lakers.
Per la prima volta nella storia della NBA, infatti, i Lakers non sono approdati ai Play Off per tre anni di seguito. Inutile starne ad elencare i motivi (la storia in breve: la dirigenza ha puntato tutto su fenomeni sul viale del tramonto o giovani in fase calante, venendo puniti dagli infortuni), preferisco guardare al presente e soprattutto al futuro, vedere cosa c'è di buono e capire a cosa aspirare in questa imminente stagione.

Staff tecnico
Luke Walton, figlio d'arte sul campo e secondo in comando della rivoluzione Warriors, ha seguito il cuore (ed il portafoglio, probabilmente) per tornare nella città che lo ha visto dominare la panchina per anni. Ha condotto i Dubs all'avvio record, lo scorso anno, con Kerr fuori per infortunio (si, più o meno), ma i dubbi su quanto sia suo il merito e quanto di Steve restano. Ma Luke è un uomo intelligente ed ha approcciato la sfida con astuzia. Da lui tutti si aspettano che trasformi i Lakers in emuli di Golden State, ma molto dipenderà dall'attitudine del roster (anche se qualche indizio in tal senso è già stato fornito). In tutti i casi Walton è giovane (2 anni meno di Bryant, per dire), ha sempre avuto un'ottima comprensione del Gioco e di sicuro conosce bene l'ambiente di L.A., che può sì essere divertente e scintillante, ma anche stritolarti se non presti attenzione.

Si, mi riferivo a te...

Walton ha intuito di aver bisogno di un coach d'esperienza per gestire una squadra così complicata e lo ha trovato in Brian Shaw, anch'egli ex giocatore per il Lakers ed appena uscito dall'esperienza come capo allenatore a Denver. Accanto a loro altri assistenti, molti di essi legati in passato ai Lakers. Sembra dunque che l'indirizzo della dirigenza sia quello di portare figure che incarnano la filosofia della franchigia e che possano inserirla nel DNA del giovane roster. Le scelte fin qui fatte, sono state le migliori dalla firma di Pau Gasol nel 2007.

Guardie
Jordan Clarkson e D'Angelo Russel (autonominatisi "Swag Brothers") rappresentano il primo una scommessa per lo più vinta, il secondo l'all-in di una squadra che ormai ha poco da perdere.
Clarkson è una combo-guard scelta alla fine del secondo giro due anni fa, un vero e proprio steal nonostante abbia ancora tanto da dimostrare. Ha atletismo, buone doti di passatore e un tiro da tre piuttosto affidabile (tra alti e bassi stagionali). Il ball-handling è migliorato costantemente, ma la gestione del pick&roll è molto rudimentale. Non ho numeri sotto mano, ma lo vedo molto più efficiente in situazioni di catch&shot. Situazioni guarda caso spesso presenti nello small-ball di Kerr e, speriamo, anche in quello di Walton. Molto hype in estate, alimentato dai continui video dove lo si vede tirare più o meno da centro campo con canestri a ripetizione. Non male anche nell'attacco al ferro e nel tiro dalla media. Un attaccante a tutto tondo, dunque, ma con evidenti limiti difensivi. Viene sempre tagliato fuori dal bloccante e, nonostante l'elevata velocità, difficilmente riesce nel recupero. Non malaccio a rimbalzo, grazie alle doti di elevazione, ma rimane sotto la media.
Russel, invece, è più adatto al ruolo di PG, dato il fisico meno esplosivo (ma attenzione, quest'estate pare aver lavorato molto ed alla Summer League sembrava messo molto bene). Compensa con migliori doti intellettive, sia come passatore (a tratti divino) che nel p&r, molto efficiente lo scorso anno con Nance e Black (per fortuna entrambi confermati, ma ne parleremo dopo). Ottimo anche nel tiro da tre e saltuariamente in penetrazione (appoggia a tabellone molto bene). Migliorabile in difesa, ma ci sono indizi positivi in tal senso. Chiaramente rimane la testa il suo grosso problema. E' arrivato a L.A. a 19 anni ed ha dimostrato meno della sua età (vedasi Nick Young). Scott non è riuscito nello steso intento con cui ha plasmato la mentalità di Clarkson (pare che Scott non sia proprio l'ideale per allenare i rookie), ma speriamo che giocare accanto a gente di un certo tipo (vedi Deng, poco sotto) possa migliorare questo aspetto.

Never Forget.

Ali
Nello spot di ala piccola dovrebbe partire Luol Deng, arrivato dalla free agency con un contratto faraonico e soprattutto lunghissimo, e soprattutto con enormi interrogativi sulla tendenza della sua carriera. A Miami dicono sia finito, ma Deng ha in tutti i casi molte frecce al suo arco. Sopra tutte la grande etica, del lavoro e della vita (vedi fondazioni benefiche fondate, ecc...), ed anche l'enorme esperienza in squadre da titolo. Da un punto di vista tecnico, è un giocatore abbastanza completo, capace di difendere su più posizioni e di attaccare con continuità. Non è un grande rimbalzista, è vero, ma ha comunque un net-rating di +7 (lo scorso anno). Chi storce il naso per il quadriennale, deve però pensare in prospettiva dell'ulteriore aumento del cap che avverrà l'anno prossimo. Però si, terminerà il contratto a 35 anni.
Come power forward è invece confermato Julius Randle. Sfortunata prima scelta del 2014 (si è rotto la tibia dopo appena 15 minuti di gioco di regular season), Julius ha un fisico straripante, ottime doti di rimbalzista (che verranno comode accanto a Deng) e un tiro in sospensione decente. Purtroppo finisce tutto qui. Il p'n'r è inesistente, il gioco in post (nonostante il fisico) è del tutto acerbo ed il tiro è si appena sufficiente, ma non affidabile. Quest'anno deve confermare le potenzialità, dopo il suo vero primo anno da rookie, e soprattutto mostrare indizi di evoluzione, o resterà nulla più di un ottimo fisico scolpito.

"Possiedo cose che voi umani..."

Centro
Altro contrattone per il russo Timofey Mozgov, anche per lui un quadriennale da capogiro. La sua esperienza e le capacità di intimidire sotto canestro saranno utili, il gioco in post è sufficiente, ma se continuiamo il paragone con GS, non ha un decimo della visione di gioco di Bogut (ha una media di mezzo assist a partita in carriera...). Per lo meno, come ogni europeo che si rispetti, non soffre dalla lunetta e la sua eFG% è nella media. I più hanno accusato i Lakers di essersi mossi troppo presto e aver offerto troppi soldi per un giocatore poco più che mediocre. Forse è vero, ma la necessità era avere un centro affidabile, serio e di esperienza che apra la strada ai giovani panchinari (tra i quali un altro europeo di provenienza sovietica, guarda caso). E come rim-protector non è malaccio.

La Panchina
Sul pino sederanno rookie e giocatori di esperienza, ben shakerati. La seconda scelta assoluta Brandon Ingram è un'ala piccola da quasi tutti (tifosi e non) accostato a Kevin Durant. Fisico esile, è vero, ma grande tiro e braccia lunghe a intasare le linee di passaggio. A tratti ho sperato che Ben Simmons (la prima scelta poi andata a Philadelphia) fosse passato, ma più ci penso e più Ingram è la scelta giusta nel nostro contesto. E' un difensore migliore, un tiratore migliore e non ha necessità di maneggiare la palla. Simmons si sarebbe scontrato con JR e DLo, e qualcuno sarebbe dovuto andar via. Dovrà metter su qualche chilo di muscoli (ma non troppi) ed abituarsi alle sportellate della NBA, ma le aspettative sono molto alte. E poi è un bravo ragazzo.

Una foto pubblicata da Brandon X. Ingram (@1ngram4) in data:

L'altro rookie è Ivica Zubac, croato 19enne a tratti enigmatico. E' un centro di un certo peso (216cm e 120Kg), in Summer League ha dominato nel pitturato con stoppate a ripetizione. Arriva sostanzialmente gratis, ma i fan si aspettano molto (forse memori dell'exploit di Porzingis). Io lo vedo come un ragazzone cresciuto troppo in fretta, un centro atipico, forse vecchia scuola, ma promettente. Avrà minuti se perderemo tante partite, ma davanti a lui c'è anche Tarik Black, il classico centro grande e grosso, non ha grandi margini di miglioramento, ma il gioco in pick&roll è piuttosto buono e anche la mobilità non è male. Ovviamente gli va impedito di tirare a canestro, ma quando serve fisicità in campo, è un buon elemento.

E poi non ha il collo...

Discorso ben diverso per Larry Nance, Jr. Ennesimo figlio d'arte (ho perso il conto), è stata la grande sorpresa (capisci per cosa devo gioire?) del 2015. Ala forte (ma IMHO potrebbe giocare pure da stretch-4) con ottimi livelli di intelletto cestistico, un tiro con i piedi a terra fenomenale e ottimo propensione come rollante (il fatto che sia nativo di Akron, così come due che forse avete già sentito nominare, aiuta). Ho la sensazione che sarà tra i più propensi al sistema small (sempre che tale sia l'obiettivo di Ker....ehm, Walton). Nella Summer League, Nance è sembrato dominare letteralmente tutti nel proprio pitturato, è evidente come sia di un altro livello.
Nello spot di ala piccola, oltre a Ingram, c'è affollamento. Tolto Nick Young, che dubito scenderà in campo dato il Russell-gate (pare che ogni volta che D'Angelo entri in una stanza, tutti si affrettino a nascondere i cellulari), c'è l'enigma Anthony Brown, ottime doti da difensore ma in attacco semplicemente non è un fattore (ma se dovesse migliorare, sarebbe una gran presa - lo scorso anno, il differenziale con lui in campo è stato di +7.8), poi il cinese Jianlian Yi, arrivato con un contratto cosiddetto "creativo", con già un passato non proprio esaltante in NBA, ed infine Zach Auguste, undrafted che tanto male non ha fatto in Summer League (immagino una destinazione in D-League, per lui).

Tipo, se Antonio giocasse sempre così...

Lou Williams, arrivato come SMOY, porterà punti ed esperienza, soprattutto nei finali punto a punto. Spero che Lou se ne vada, perché merita molto più di una squadra ai minimi termini come questi Lakers. Ma finché il contratto sarà valido, non posso che  gioire per avere uno come lui in squadra. Purtroppo è uno che preferisce più avere la palla in mano che dettare il passaggio, quindi il suo rendimento in un sistema più collettivo è un po' un'incognita. Discorso opposto per Jose Calderon e Marcelino Huertas: giocatori abbastanza simili, entrambi di scuola europea (anche se Huertas è brasiliano), non grandi atleti (ad esser buoni) e senza margini di miglioramento, ma di sicuro di grandissima esperienza anche ad alti livelli ed in diversi sistemi, più o meno organizzati. Ipotizzo quintetti con Russell come PG e uno di loro in regia, per alcuni tratti di partita, se il binomio con Clarkson non dovesse decollare.

Aspettative
Inutile pensare ai Play Off (ma i miracoli accadono), soprattutto in un Ovest così competitivo. L'obiettivo è migliorare le ultime stagioni, quanto a record: un target un po' povero, lo ammetto, ma di questo dobbiamo accontentarci. La cosa importante sarà sviluppare i giocatori sia come singoli che come gruppo, capire se Walton ha la stoffa dell'allenatore e se è capace di infondere la propria visione nei giovani, se gli "anziani" sapranno dare il contributo in campo e fuori. E chissà, se magari tra qualche anno, queste radici avranno fatto presa nel parquet dello Staples o se ci troveremo ancora a rimpiangere lui...

Mamba out, Obama Out.

mercoledì 14 settembre 2016

NFL Week 1 - San Diego Chargers at Kansas City Chiefs

Non è un running back, non è un sack...e no, non è nemmeno Superman.

Si può essere delusi dopo una vittoria? Qualunque appassionato potrà dire di si. E quella disputatasi domenica nell'Arrowhead Stadium è stata una partita che Harvey Dent, aka Harvey Due Facce, avrebbe apprezzato particolarmente. Andiamo col recap.


La partita

Pronti via, il primo drive dei Chiefs lascia ben sperare, buone le soluzioni di corsa e Smith preciso e puntuale. Arriviamo sulle 29, poi Maclin non riceve ed è FG, trasformato dal solito Santos (le sue traiettorie sono sempre troppo basse, IMHO).
Questa sarà l'unica nostra azione positiva in tutto il primo tempo.
Rivers prende in mano il gioco, la nostra pressione su di lui è inesistente, la linea offensiva apre la nostra primaria come una scatoletta ed i RB vi si infilano senza problemi. Così, tra passaggi e corse arriva agilmente nella nostra area di meta per il primo TD. Dopo il kick, riprendiamo con difficoltà l'attacco, una fortunosa infrazione ci restituisce il pallone dopo un fumble, ma poi non chiudiamo il terzo down.
San Diego riparte, senza grossi patemi, con un drive piuttosto lungo, poi appena iniziato il secondo quarto, chiama il secondo timeout, dal quale scaturisce il secondo TD.
A questo punto, inizio a pensare che non vada bene.
Dopo il kick non riusciamo nemmeno a guadagnare yardes, anzi, finiamo per tirare un punt e far ripartire i Chargers dalle nostre 38. Penalità contro, penalità a favore. Poi Rivers completa 4 passaggi consecutivi ed è di nuovo TD.
L'attacco successivo è un poco meglio, per lo meno il nuovo punt di Colquitt finisce sulle loro 6yds. Il quarto finisce in garbage time.

Il secondo tempo inizia con due drive interlocutori, uno per parte. Loro terminano nelle nostre 48, noi sulle nostre 7. Nell'attacco successivo, San Diego spinge ma la difesa regge. Un field goal da 29yds porta i Chargers sul 24-3.
E' a questo punto che la partita cambia verso.
Nell'azione successiva, Smith e Ware piazzano un passaggio da 45yds che tramortisce gli ospiti, con la folla esultante che spera ancora nel miracolo. Smith continua a spingere ma è costretto a rischiare un quarto down da 5yds, trovando l'implacabile Kelce, per continuare il drive. Hill riceve poi, quasi incredulo, attraverso la difesa avversaria senza nemmeno rischiare un contatto. E' touchdown.
Ma Rivers e soci non ci stanno. Approfittano della fine del quarto e ad un successivo timeout limitano i danni e piazzando un altro FG da 28yds.
Di nuovo palla a Smith che si fa intercettare, anche se è più corretto dare merito a Verrett, che ancora non ho capito come abbia fatto a prendere quel pallone. San Diego riparte dalle nostre 44 yds, ma l'attacco non punge ed il successivo FG da 54yds finisce largo. I giocatori ospiti si rendono conto che l'aria è cambiata. Ware e Maclin ricevono palloni morbidi e riportano sotto i Chiefs. Smith lancia per quest'ultimo un TD da 19yds, tranquillamente trasformato dal solito Santos.
Ma la partita è lunga. Sotto di 10, la difesa gioca duro e blocca ogni tentativo di passaggio di Rivers, ma l'attacco fatica, forse proprio per via della lunga rincorsa in atto, e sulle 15yds avversarie si blocca. Santos non sbaglia (33yds non sono molte, ma le gambe tremano in queste situazioni) e siamo ad un solo TD dal pareggio.
L'attacco sterile dei Chargers termina appena dopo il two minute warning, lasciandoci con 42 yds da coprire. Poi il capolavoro: Smith lancia verso Maclin che, accerchiato da 3 difensori, cattura la palla per un guadagno di 22yds, che diventano 27 per la penality proprio su Maclin (che uscirà per concussion). Nessun problema per Smith, trova Ware che si abbandona appena dentro l'area. E' TD. Reid guarda sornione, ma per fortuna è un vecchietto sano di mente e manda Santos per la trasformazione, pareggio.
Rivers non riesce nel miracolo, la nostra difesa porta finalmente il primo sack ed è overtime.

Gli highlight della partita.

La fortuna premia gli audaci, così la moneta decide che saremo noi ad attaccare. Smith risponde presente, trova Ware come Oliver Hutton trovava Tom Becker. E quando Ware è stanco, entra in scena il Dio (perché altro modo per definirlo non c'è) Travis Kelce. Rebus irrisolvibile per la difesa ormai in paranoia di San Diego, riceve palloni in testa di CB come se nulla fosse, corre e blocca come tre giocatori in uno. Poi di nuovo Ware, che ci porta alle 2yds. Timeout. Smith si guarda attorno, sa già come andrà a finire. Snap, temporeggia, si guarda intorno, i difensori temono un passaggio corto, ma lui vede il passaggio che voleva e ci si butta come un RB al primo anno di liceo.

Apoteosi.

Il Commento
L'entusiasmo per il 27-33 finale non deve distogliere dalle gravi difficoltà. I Chiefs hanno subito per ben oltre metà gara, sia a causa di una difesa che dire traballante è dire poco, sia per un attacco sterile e senza una continuità di soluzioni efficaci.
Il lato positivo, vittoria a parte, è stata la capacità di dare una svolta (e che svolta...) alla partita, di trovare giocatori pronti (Ware vero mattatore della partita) e nelle grandi giocate delle (super)star: Maclin uscito per esami sulla concussion, cattura una palla pesantissima; Kelce forse poco cercato, ha risposto presente e dominato nelle azioni finali con il suo fisico possente e le mani dolcissime.
Smith ha condotto i suoi, stavolta da vero QB (ben oltre le 300yds lanciate), terminando però a suo modo, con la corsa finale per il TD della vittoria. Il gioco di corsa, in teoria nostro fiore all'occhiello, è completamente mancato e solo quando ha cominciato a lanciare le cose si sono messe per il meglio. E solo grazie a Ware, oserei dire. Maclin ha attirato la pressione dei difensori su di sé, lasciando il compagno libero di ricevere indisturbato. Non male per quello che dovrebbe essere in teoria un RB.


9/11/2016 San Diego Chargers vs. Kansas City Chiefs box score at Pro-Football-Reference.com

Ovviamente è facile accusare l'assenza di Charles per le corse mancate, ma questa squadra deve saper vincere anche senza di lui. L'ha dimostrato, ma con troppe difficoltà. Deve migliorare soprattutto la difesa, che solo nel secondo tempo e complice il calo (fisico?) degli avversari, è riuscita a limitarne la produzione.
Certo, non era una partita facile e San Diego l'aveva preparata bene. Per questo la vittoria ha un valore ancora più elevato. Ma per competere come contender, serve un ulteriore step.