domenica 5 marzo 2017

Andare in moto



Ecco, andare in moto da le stesse sensazioni che ho provato guardando questa scena al cinema.
La moto è libertà di muoversi, di spostarsi. E' velocità, accelerazione, agilità. E' sentire quell'ammasso di acciaio ed alluminio fra le gambe ed essere fuso con esso, in un unico essere.

L'automobile ti trasporta, ti coccola, ti protegge. In cambio ti chiede di viaggiare come sui binari, con poche decine di centimetri da un lato e  dall'altro in cui poterti muovere sulla strada. La velocità arriva con calma, devi essere paziente in curva per assecondare i suoi voleri.

In moto tutto è diverso. Veloce. Sei sull'ultimo gradino di una scala appoggiata su un'impalcatura montata sopra la piramide alimentare del traffico. Sei il predatore del T-Rex.
Difficilmente troverai qualcuno più veloce di te, a meno che non sia della tua stessa razza. E per questo devi comportarti come un re saggio, che sa quando avere il pugno duro sui suoi sudditi e quando essere compassionevole.

In cambio sei libero. Tutto accade con estrema lentezza, anche se a velocità più alta di qualsiasi auto. Puoi osservare la strada, larga cinque volte te. Puoi scegliere la tua traiettoria, dosare la frenata sentendo muoversi sotto di te le sospensioni, il peso che aumenta la pressione sui palmi ed il mondo che si inclina sotto le gomme calde ed appiccicose. Non puoi rimanere immobile, perché la tua compagna, là sotto, non gradisce che tu sia un corpo estraneo. Devi aiutarla a scendere, devi spostare il tuo peso a seconda delle necessità, appenderti quasi innaturalmente fuori della sua sagoma ed avvicinarti alla superficie rovente e granulosa dell'asfalto.
Il tuo sguardo è puntato lontano. La curva sembra non finire mai. Ma dentro di te l'attesa è spasmodica. Non appena arriva il momento giusto, lo capisci immediatamente. Come quando incontri la donna della tua vita, che non sai perché ti piace, ma sai che è bellissima. Ecco, in quel momento sai che devi muovere il tuo polso destro e scatenare tutto ciò che anni di studio e milioni di euro (o miliardi di yen, nel peggiore dei casi) hanno perfezionato fino all'inverosimile: il tuo motore.
I battiti ed i giri aumentano all'unisono, con uno scatto felino cerchi il maggior appoggio possibile da un gomma posteriore schiacciata e deformata, mentre la spinta inesorabile ed il suono elettrizzante ti spingono in una dimensione differente da quella dei comuni ed automuniti mortali.


Un gruppo di smanettoni sul passo

Spesso si usa il termine "snocciolare le marce". Ma in realtà la sensazione è più quella di un soldato che cambia il caricatore al suo mitragliatore. Ogni volta che il divertimento pare sul punto di finire, basta un clank e tutto ricomincia.
Sul display luminoso (o per i più nostalgici, una perigliosa lancetta) appaiono valori piuttosto insensati, quasi sempre a tre cifre. I numeri cambiano così velocemente che non riesci a stargli dietro. E comunque non sarebbe opportuno. E' l'unico momento in cui puoi respirare. Prima di ricominciare tutto. Ancora. Ed ancora.

Ma non sempre occorre andare veloce. Anche a velocità normali (che poi, cosa significa "normale"?) tutto questo è ancora vero. Anzi, forse lo è ancora di più. Perché in quei rari momenti puoi goderti tutte quelle sensazioni che di solito sono sopraffatte dall'adrenalina. Le vibrazioni piacevoli, le sospensioni che lavorano, la meccanica che ruota, spinge, tira, aspira ed espelle. Se presti attenzione puoi sentire il rumore delle valvole, della catena, degli scoppi regolari o irregolari. Puoi decidere se stare al centro della strada, puoi evitare le inevitabili buche, puoi schivare auto, scooter, viandanti ed animali come uno sciatore tra i paletti di uno slalom gigante.

Andare in moto è libertà di guidare, per davvero, non di essere trasportati, limitati, guidati.
La moto non è un mezzo di trasporto.
E' un mezzo di vita.

venerdì 3 marzo 2017

E' morto un uomo

Fatto ordinario, dirai. Ed è vero. Ogni giorno sono centinaia di migliaia le persone che muoiono. Tanti per tragici incidenti, altri per omicidi, altri ancora per malattie. E alcuni si tolgono volontariamente la vita, sopraffatti dalla depressione e da un mondo che non è capace di aiutarli.
Ma l'uomo che ieri è morto è diverso da quasi tutti gli altri. Perché non era un uomo libero, nemmeno di morire. Era schiavo del suo stesso corpo inerme. Della sfortuna, anche, del fato che lo aveva legato ad un letto.
La sua volontà è stata rispettata, alla fine. E forse questo avrà delle conseguenze su chi gli era accanto.
Per alcuni è facile pensare che quella sia la soluzione migliore e che lo Stato debba essere obbligato a rispettare la decisione che ha preso.
Ma se già è difficile scegliere un panino al McDonald's, come può esserlo scegliere di morire?

Ogni persona è attaccata alla propria vita, perché è la sola cosa che possediamo veramente. Tutto il resto è un dono della vita stessa, dalle emozioni alle cose che ci circondano e di cui amiamo circondarci. E la vita è l'unica cosa di cui non possiamo fare a meno. Arrivare al punto in cui l'unico nostro desiderio è di perderla equivale a dichiarare il fallimento della nostra coscienza.

Lui ha scelto di mollare, soverchiato da una vita troppo dura, dal non poter più essere ciò che era, perché era ciò che faceva, non ciò che pensava, provava, donava attraverso la sua esistenza. Non ha scelto la strada più facile, come in molti hanno declamato con spregio. Perché ha reso la sua scelta, la sua volontà, pubblica, mediatica. Ha voluto, col suo ultimo gesto, diventare molto più di un inerme corpo.

Ma non pensare che tutti siano così. Non per tutti la vita è solo ciò che facciamo.


Io non so cosa farei, se fossi nei suoi panni. Perché vedere scorrere la vita attorno a me, senza poterla toccare, gravando su chi mi sta intorno di un peso che ti trascina a fondo, forse tanto vita non è.

Spesso si usa il verbo "andarsene". Ma morire è altra cosa. Perché non vai da nessuna parte, dopo.
Semplicemente non esisti più. E non amerai, non soffrirai, non avrai più fame o sete, freddo o caldo. Non riderai più di una battuta e non piangerai per una sconfitta. Non parlerai, non ascolterai più la voce dei tuoi cari.
Non penserai.
E da quel momento, solo da quell'istante, non vivrai più.

Lui è arrivato a quel momento dopo aver perso l'ultima cosa che rimane, la speranza.
La medicina fa ogni giorni passi da gigante. Curiamo malattie e traumi che solo pochi decenni fa erano mortali. La domanda, dunque è se domani trovassero una cura? Se domani lui avesse potuto tornare quello che era? O forse non la troveranno mai, lasciando migliaia di persone nell'illusione della speranza.

Non so se avrei il coraggio di morire come quell'uomo.
Ma so che ho il coraggio di vivere la mia vita più di quanto l'abbia fatto fino ad oggi.

lunedì 7 novembre 2016

Chiedimi come sia scrivere


Ogni volta mi chiedono come sia scrivere.
La risposta ha un che di autoreferenziale, perché devo scrivere di come ci si senta a scrivere. Ma credo che tu meriti una risposta, per quanto incompleta e soggettiva.
Scrivere, o meglio, scrivere un libro, è un'esperienza straniante. Non in questo senso, ma per il fatto che, per una larga parte della tua vita, sei in due o più luoghi allo stesso tempo. Non appena la tua mente si libera, anche durante i dieci minuti che da casa ti portano a lavoro, i tuoi pensieri tornano alla tua storia, a ripercorrere ciò che già hai scritto per convalidarne la coerenza, cercare nuovi dettagli o pensare a dialoghi efficaci.
La sera è spesso invece una maledizione. Spegni la luce, magari dopo aver scritto un po' di pagine sul tablet/notebook, guardi l'ora sul display a led arancioni della radiosveglia e chiudi gli occhi. Ma il cervello non è d'accordo con il tuo intento, continua ad elaborare intrecci, discorsi, sensazioni, nomi. E più cerchi di silenziarlo, più senti nascere in te idee nuove, esaltanti.
Sai che devi dormire ma che l'unico modo di fermare quel vortice di pensieri sarebbe riaccendere quel display e riprendere a scrivere. Ma tieni gli occhi chiusi per non guardare quell'inclemente display mostrare ore inenarrabili, con l'alba che si avvicina e dieci ore lavorative che incombono sul tuo immediato futuro.

Spesso mi chiedono come sia scrivere.
Per fare bene il tuo lavoro, per rendere palpabili i tuoi personaggi, devi provare le loro emozioni, sentire la loro fatica, percepire la loro fame, il freddo, le sensazioni sulla loro pelle. 
Devi essere loro. 
Questo ti porta ad identificarti con essi, ad amarli, tanto che a volta fai fatica a fargli del male, anche se sono "cattivi". Perché sai che sono una parte di te ed è come fare male a te stesso. Sai bene che devi scrivere ciò che deve accadere, che non hai alternativa a raccontare la storia per come dev'essere raccontata.
A volte ti senti onnipotente, perché sei il Dio dei tuoi personaggi, del tuo romanzo. Puoi far accadere tutto ed il suo opposto, davanti ad una scelta puoi decidere con sconfinata libertà, senza restrizioni, regole, limiti, se non quelli legati, ma non sempre, alla coerenza dei fatti.
Ma sei sempre un Dio schiavo della sua stessa creazione. Perché la storia in realtà scorre quasi autonomamente. Gli accadimenti nascono, si incastrano, si fondono gli uni con gli altri in modo naturale, quasi sempre senza necessità di correzioni o aggiustamenti. Tanto che scrivere diventa appassionante tanto quasi leggere, perché ciò che desideri è sapere cosa accadrà, cosa diranno o faranno i personaggi nella prossima pagina che ancora devi scrivere.

Talvolta mi chiedono come sia scrivere.
Ma nessuno mi ha mai domandato come ci si senta a smettere di scrivere. Perché ogni storia ha un inizio ed una fine. Ed ogni libro ha la necessità di essere terminato. Perché senza una fine, nessuna cosa ha senso, esattamente come l'esistenza ha necessità della sua fine per avere un fine. 
Il giorno in cui termini di leggere l'ultima pagina del tuo libro per l'ultima volta, dopo aver corretto migliaia di errori, omissioni e disortografie, quel giorno sei triste. Perché quei personaggi, quegli avvenimenti, non faranno più parte di te, sono liberi come i tuoi figli quando vanno al College e sai che sì, a Natali li rivedrai, ma non sarà più lo stesso.
Ma sei anche felice per aver soddisfatto quell'esigenza ingestibile di raccontare ciò che hai dentro, di traslare in lettere, parole, frasi e pagine ciò che la tua anima ha necessità di espellere da sé per tornare ad essere sé. Scrivere è una necessità primaria, come respirare, mangiare, dormire. E' un'azione che il tuo corpo, la tua mente ti obbligano a fare, anche contro la tua volontà, la tua razionalità. Perché, semplicemente, non puoi farne a meno. Anche se sai che pochi o nessuno ti leggeranno, che ancor meno ti apprezzeranno. Ma non è questo che ti spinge a farlo, perché la fatica, le energie mentali ed il tempo dedicato non possono essere in nessun caso giustificati da una spinta che non nasca dal tuo io.

Nessuno mi ha mai chiesto come sia scrivere.
Ma se qualcuno mai me lo chiedesse, potrei fargli leggere questo post.

mercoledì 2 novembre 2016

Giorgia on my mind

Giorgia è la più grande voce femminile italiana di sempre. Sappilo.
Si, ok, è un ex-aequo, ma solo perché Mina e Giorgia non sono gareggiano nella stessa classe.

Giorgia, dicevo, è la più grande voce italiana. E come spesso accade alle grandi voci italiane, si è frantumata contro brani in gran parte iniqui nei confronti della sua voce.

Voglio dire, ascolta questa:

Lascia perdere il video molto (troppo) anni 90. Ed anche il pessimo lip-sync.
E' quasi perfetta. Quasi.
Più la ascolto e più penso che gli manchi qualcosa. O meglio, che abbia qualcosa di troppo. L'incipit iniziale, intimistico e retto egregiamente su frequenze infime (per una donna), sfumature vocali che non posso fare a meno di continuare ad ascoltare. Però fammi il piacere di fermare il video a 2:08. Il resto è solo meretricio musicale.

Perché poi il 95% della produzione di Giorgia è esattamente questo, una produzione Puttanata Commerciale s.p.a.
E' una violenza, un reato contro le sue capacità canore, tecniche ma soprattutto emozionali.
Per dire:

Questo l'avrebbe potuto cantare chiunque. Ok, non sarebbe la stessa cosa, ma sarai d'accordo con me che il brano non la valorizza? Non solo, né la musica né il testo hanno alcunché di valore. Eppure ci hanno investito tanto da farci anche un videoclip, quindi non dev'essere la classica canzone riempitiva per chiudere l'album, immagino.
Purtroppo non sono un cultore dei suoi album, non potrei reggere un'ora di sofferenza e rabbia solo per godermi pochi minuti. Non siamo mica sposati? Potrebbero quindi sfuggirmi quelle chicche che poco passano in radio e di cui magari nemmeno c'è il video ufficiale su YouTube.
Questa non è una chicca, ci mancherebbe, ma ben rappresenta cosa Giorgia potrebbe aver fatto negli ultimi 20 anni:

La voce di Giorgia non è solo acuta. La sua non è solo tecnica. E' l'insieme ad essere più grande della somma delle singole parti. L'estensione vocale è a tratti disarmante, la capacità di aggiungere sfumature, virtuosismi mai banali e, soprattutto, mai futili. Giorgia emoziona sia quando raggiunge vette elevatissime, sia quando sembra accanto a te, che ti stia cantando sottovoce solo per voi due. Emoziona quando più che cantare, parla. Puoi ben comprendere, dunque, la mia rabbia. Come se per colpa di qualcuno o qualcosa, il destino ci abbia privato di ciò che ci spettava di diritto, la possibilità di ascoltare appieno la sua voce.

Giorgia è l'ennesimo caso di talento immolato sull'altare del business. Come lei Tiziano Ferro, altra grande voce ridotta a macchietta da brani insulsi e vomitevoli. Non perché  siano brutti (è piuttosto difficile produrre una brutta canzone, al massimo inutile) ma perché sopportare quello spreco di talento non può che causare convulsioni. Non è un caso che abbiano cantato assieme, ovviamente risultati del tutto trascurabili.

Giorgia poteva essere immortale, invece ha scelto (o è stata consigliata) di percorrere una strada diversa. Anche il suo essere poco appariscente, poco presente sui rotocalchi, quasi schiva (in modo simile, ma meno marcato, proprio a Mina). Questione di carattere, immagino.
Ma non sai quanto mi faccia soffrire pensare a cotanto potenziale disperso, come se Leonardo si fosse limitato a progettare mulini a vento.
Ti lascio con un ultimo brano, un brano che non è suo. E' un brano di Alex Baroni, un'altra grande voce spezzata, legata a lei fino a pochi mesi prima della sua tragica morte.


Solo Dio (o il Grande Architetto) sanno cosa sarebbe potuta essere Giorgia. A me resta il rimpianto.
E qualche piccola lacrima di talento sfuggita al destino.

giovedì 6 ottobre 2016

NFL Week 4 - Kansas City Chiefs at Pittsburgh Steelers


Allora, ricapitoliamo.
Fumble, intercetto, punt fuori campo, field goal sul palo, TD su ritorno annullato, downs.
Più o meno il riassunto della partita in meno di una riga.
Tutto quello che di negativo (escluso infortuni) può succedere ad una squadra in una partita di football, è successo ai Chiefs domenica scorsa.

E' chiaro, non è una scusa per la sconfitta, avremmo perso in qualunque caso. Troppo forti gli Steelers e troppo scarsi noi, sia in attacco che, soprattutto, in difesa. Amnesie difensive ingiustificabili, intensità nei placcaggi, per così dire, rivedibile, drop incredibili e scarsa attenzione sui blocchi.

Da tifoso l'unica cosa che posso è aggrapparmi alla speranza che tutta la negatività si sia concetrata in quest'unica partita, che le pessime condizioni meteo (e del campo) abbiano negativamente influenzato la nostra prestazione e che, soprattutto, serva di lezione ad una squadra che non sta assolutamente rispettando le aspettative.

Nota positiva il rientro di Charles, anche se con esiti dimenticabili. Male tutti, con piccole menzioni d'onore a Ware e Hill. Ma nemmeno loro arrivano alla sufficienza (e forse nemmeno al 5).
Se non cambia qualcosa, i Playoff sono un miraggio.

martedì 4 ottobre 2016

Riserva dei panda


Crescere un bambino, pensare alla sua educazione ed alla sua salute, può essere distopico. Ti ritrovi quasi tutti i giorni ad imporgli scelte che vanno contro la sua volontà: studia anziché giocare, mangia le verdure anziché hamburger e patatine, vai a letto presto, non toccare i fili scoperti dell'alta tensione...
Tu sai benissimo che ciò che sei costretto ad ordinargli è per il suo bene, perché sei conscio delle conseguenze del contrario. Se non studiano, non avranno un futuro, se non mangiano correttamente, avranno problemi di salute, e così via. Lo sai perché hai passato gli ultimi 20-30-40 anni della tua vita a comprendere che ogni azione e comportamento ha delle conseguenze, alcune immediate (toccare i fili della corrente comporta una scossa), altre a lungo termine (se mangi ogni giorno da McDonalds diventi come Giuliano Ferrara).

La cosa potrebbe avere un suo perché.

Crescendo, parallelamente scopri che non tutti hanno invece questa consapevolezza. O meglio, anche loro continuano a dire ai figli di mangiar bene e non giocare con il 220v, ma poi hanno un orizzonte temporale di non più di 10 minuti. A volte pure meno.

Una certa frangia di femminismo sostiene che le donne debbano essere uguali agli uomini, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Anzi, devono essere PIU' uguali, perché devono avere gli stessi diritti degli uomini, ma non viceversa.
Un mio caro amico vede sua figlia per un'ora al mese, davanti agli psicologi, senza aver mai fatto nulla di male, né a lei né alla ex-moglie. Ma ella ha il diritto di negarli ciò che un giudice ha contrariamente deciso, ovvero l'essere padre nonostante non sia più un marito. Puoi credermi o meno, ma questa è la verità. E se pensi che possa essere un caso isolato, ricrediti.

Le donne vogliono essere tutelate, ma non in quanto madri, lavoratrici o cittadine, ma in quanto donne. Può sembrare sofistico, ma non c'è nulla di più razzista nell'esigere protezioni speciali solo per il fatto di essere nate femmine. 

Devi sapere che tanti anni fa, in un'epoca nella quale ancora Facebook non esisteva, frequentavo l'Università. Ingegneria Informatica, per la precisione. Non è un dettaglio da poco, perché già tra le aule di Ingegneria le donne sono una presenza rara, ma in quel particolare corso erano meno frequenti di un rinoceronte bianco.
Sul 150 matricole, c'erano 4 ragazze.

Una foto dell'epoca.

Ricordo perfettamente gli sguardi di quasi 300 occhi puntati su quelle, in media, non attraentissime donzelle, che pure avevano fior di capacità di arrivare laddove il 75% dei loro compagni (me compreso) non sarebbero arrivati, ovvero a discutere la tesi.
Un giorno arrivò un rappresentate della Cisco, azienda leggendaria nel comparto informatico. Un luogo dove, non lo nego, avrei sognato di lavorare. Il markettaro fece un grande pippone sul futuro di internet e sul ruolo leader della sua azienda. Era come vendere birra nel deserto: eravamo tutti estasiati e pendenti dalle sue labbra.
Infine terminò esponendo un particolare corso di formazione, aperto a 10 alunni, scelti tramite una prova scritta. Solo i più meritevoli avrebbero avuto l'opportunità di parteciparvi. Poi aggiunse che metà dei posti, per quelle che oggi sono nominate "quote rosa", erano riservati a donne.

Non ci vuole un genio della probabilità per capire come 146 maschi dovevano contendersi 5 posti, mentre 4 femmine potevano pure lasciare il foglio in bianco. Ma se desideri due numeri eccoli: io avevo il 3,4% di possibilità di passare il test, una qualunque di quelle ragazze ne aveva il 125%.
Ovvero sarebbe passata anche contro la sua volontà.

Tutto questo ti sembra equo? Ti sembra un modo per rispettare quelle ragazze per le loro capacità? Oppure dava loro un'opportunità pressoché unica solo per il fatto di essere nate con la vagina anziché con il pene?


Questo è valido in ogni aspetto della vita. Non puoi discriminare, seppur a fin di bene, le donne dagli uomini per dare alle prime maggiori opportunità solo per diritti di nascita. Tutto questo è immorale, soprattutto nei loro confronti. Oltre ad essere incostituzionale, tra l'altro.
Poteva avere un senso 50 anni fa, forse, ma oggi è talmente anacronistico che, fra pochi mesi, con ogni probabilità la prima donna prenderà il posto del primo nero nell'ufficio più influente del mondo, senza avere avuto la necessità di avere la strada spianata per via del suo organo riproduttivo.

Mi dirai che ci sono poche donne a manovrare le leve del potere. E sarà anche vero. Ma siamo sicuri che il motivo sia il maschilismo imperante? O magari le donne sono, in media, meno interessate degli uomini a impegnarsi in certi ruoli? Perché allora non dovrebbero trovare scandalo se qualche uomo desideroso di potere programmi un viaggio a Casablanca.
Perché non sento alcuna difendere la necessità che la metà dei lavoratori del settore edilizio debba essere donna? Oppure che almeno il 50% degli scaricatori di porto possa indossare tacchi alti e minigonna? E non sarebbe più equo, a par suo, riservare la metà delle cattedre del sistema scolastico pubblico al sesso maschile?
Non si tratta di maschilismo o femminismo. Si tratta di difendere i propri diritti. Perché se è pur vero che molto spesso le donne non godono dello stesso trattamento di cui godono gli uomini, questa non può essere una giustificazione per scadere nella situazione opposta.


Il punto è che le donne e gli uomini NON sono uguali. I due sessi hanno caratteristiche diverse, attitudini diverse, esigenze diverse. Se per una donna il diritto alla maternità è sacrosanto e dev'essere difeso, è anche vero che il diritto alla paternità dev'essere tutelato anche (e soprattutto) in quelle situazioni dove esso è in pericolo.
Non è una questione di numeri, di posti riservati. E' una questione più grande, perché gli uomini e le donne NON DEVONO avere gli stessi diritti, perché NON SONO UGUALI. I diritti devono essere commisurati alle necessità di ognuno, necessità che variano perché diverse sono le esigenze connaturate al sesso. Se per un uomo sollevare 20Kg di solito non è un problema, per la donna quasi sempre lo sarà. Giusto quindi che la legge preveda diversi limiti per i due sessi. Similmente sarebbe poco utile per un uomo avere mammografie gratuite, non credi?
Le donne devono avere diritti simili agli uomini, non gli stessi o maggiori. Perché a rincorrere la forzata parità ci troveremo nella spiacevole situazione nella quale saranno gli uomini ad essere discriminati in quanto tali.
E se in alcuni ambiti il mero numero di donne è inferiore al numero degli uomini, o anche viceversa, è ingiusto e ingiurioso creare riserve indiane discriminatorie.

Perché una volta entrato i un recinto, devi essere consapevole che potresti non uscirne più.

sabato 1 ottobre 2016

Brividi


Nel 1970 viene introdotta la legge Fortuna-Baslini, il dimenticato Jochen Rindt vince il campionato di Formula 1 davanti a Jacky Ickx e mia madre conosce mio padre.
A Londra, invece, viene registrato il Concept Album di Jesus Christ Superstar.
Poco dopo l'inizio del quarto brano, Everything's Alright: non è tra i più famosi, e forse nemmeno tra i migliori. Ma quella che entra in scenda dopo poche decine di secondi è la voce di Judas, interpretata da Murray Head. Non minimizzo se sostengo che è uno degli attacchi più belli non solo dei musical, ma di tutta la musica leggera di sempre.
Ascoltarlo, mi genera ogni volta brividi lungo la schiena. Non sto scherzando. OGNI SANTISSIMA VOLTA.
Woman your fine oinment - brand new and expensive
Could have been saved for the poor
Why has it been wasted? We could have raised maybe
Three hundred silver pieces or more
People who are hungry, people who are starving
Matter more than your feet and hair
Jesus Christ Superstar (Original Concept Album) 

In queste poche strofe è raccolto quasi tutto il senso del musical, il conflitto interiore di Judas tra la sofferenza terrena del suo popolo e la presenza divina di Jesus, tra il bene immediato e quello eterno.

Head non è, e non è mai stato, molto famoso. Nulla di paragonabile al collega che interpretò proprio Jesus in quello stesso album, Ian Gillan.
Che, se non sei avezzo di musica rock, è il cantante di un certo gruppo piuttosto conosciuto chiamato Deep Purple.
Ho avuto la fortuna di assistere dal vivo ad un loro concerto, durante una giornata del Pistoia Blues, nel 1999. All'epoca Internet non era quella che è adesso, e di certo Wikipedia non esisteva. Seppi solo quella sera, quindi, che Ritchie Blackmore aveva lasciato definitivamente la band solo pochi anni prima. Per carità, Steve Morse non era un fermone, anzi. Ma per me, cresciuto con videocassette malamente doppiate di concerti dei Deep Purple in formazione classica (ma io direi "vera"), quella fu una batosta.


L'esperienza di quel concerto, fu scioccante. Ma non fu solo il concerto. Il Pistoia Blues è qualcosa che va (andava?) ben oltre il semplice concerto in piazza. Appena sceso dal treno, a pochi metri dai binari, un gruppo di sconosciuti con batteria, basso e chitarra già emanava il classico trittico di accordi blues. Uscito in strada, un'altro tizio con chitarra e armonica accompagnava una ragazza nell'ennesima interpretazione di I'll Take Care Of You. La cosa si ripeté per tutto la strada verso la piazza centrale. Gente super attrezzata, con amplificatori, casse, batterie iper-mega e microfoni da migliaia di lire (all'epoca ancora non c'era l'euro, per dire quanto sono vecchio). E poi c'erano tizi che con uno zoccolo, una ciabatta ed un'acustica scordata impersonavano la perfetta espressione del blues.

La serata cominciò presto, con gruppi ed artisti sconosciuti e sconoscibili. Dopo i mancabili gruppi spalla salì Lucky Peterson, che forse rappresentava l'unico vero bluesman che avrei sentito per tutta la serata. 
Poi arrivò Jonny Lang. Lo ricordo bene perché, in pratica, aveva la mia età ed apriva il concerto dei Deep Purple. Quando si dice essere arrivati.
Io ero già stanco, attorno a me c'era più droga che nella villa di Escobar e ne avevo piene le palle del blues.
Ma dopo qualche decina di minuti di attesa, le note di Smoke On The Water ripagarono ogni singolo faticoso minuto speso per arrivare lì.


Stesso posto, 9 anni dopo. Ma 9 anni, per i Deep Purple, equivalgono a 9 mesi di un essere umano.

Che poi, a dirla tutta, nemmeno adoravo i Deep Purple. Cioé, non puoi non apprezzare i Deep Purple, per carità. Sarebbe come non apprezzare la Cappella Sistina. Ma per suoni e storia ero più legato ad altri gruppi, meno duri ma più eclettici.
In ogni caso, la piazza era stracolma. Gente che fumava, gente che beveva, gente che pogava. Ma nessuno che piangeva.


Voglio dire, ero davanti ad uno dei gruppi che hanno fatto la STORIA del ventesimo secolo, gente che riempie le piazze da quasi CINQUANTANNI. Ed attorno a me c'era solo gente che godeva. Ragazzini come me non ancora maggiorenni, trentenni sotto LSD, gente di mezza età con cannoni lunghi 40 centimetri.
Vorrei tornare qui, tra 50 anni, a verificare se ancora qualcuno ricorda il nome di uno componente degli One Direction, dei Tokyo Hotel o dei Backstreet Boys. La musica è ormai un bene di consumo, con data di scadenza, un disco (virtuale) da ascoltare e dimenticare subito dopo, per passare ad altro.
Ogni volta che leggo le bio degli X-Japan mi vengono i brividi. Una carriera brevissima (appena 5 album), un lampo intensissimo nella scena rock mondiale che ci ha lasciato perle più emozionanti di mille brani di Justin Bieber.
I discografici fanno il loro lavoro, ma per me è molto più importante la musica che il personaggio. E solo quando lo capiranno anche loro, avremo meno meteore e più supernove.

Con un brivido ho iniziato e con un'altro finisco.