Ed eccoci al recap di fine stagione per i Los Angeles Lakers.
Partiamo dal fondo, ovvero dal record. 35 vittorie sono il doppio di quelle di due anni fa sotto Byron Scott, e più delle 26 (con tanking) dello scorso anno. Ma sono ancora del tutto insufficienti per una squadra che, come minimo, deve ambire ai PO.
Non può certo farlo con un roster del genere, ovviamente, ma la progressione è quella giusta ed il mercato dei FA da le possibilità per mettere al loro posto le ultime caselle rimaste.
Walton ha fatto un buon lavoro, IMHO, mantenendo ciò che di buono c'era in attacco e dando una sistemata in difesa (oRTG sostanzialmente invariato a 106, dRTG calato da 113 a 108), seguendo i dettami della pallacanestro moderna: cambiare su tutti i blocchi e quintetti tendenzialmente piccoli. L'attacco in verità è sembrato meno fluido, ma i giocatori nuovi erano tanti e schemi del genere non sono facili da implementare. Le sbandata (tipo i -37 contro OKC) non sono state molte, così come le sconfitte punto a punto. Per ora il giudizio è positivo, difficilmente si poteva fare di meglio col materiale a disposizione.
I rookie si sono comportanti nel complesso benino. A partire ovviamente da Lonzo, entrato in squadra in punta di piedi (nonostante il padre) ha mostrato ciò che ci si aspettava, ovvero un'ottima visione di gioco ottime doti di passatore. Quello che non ci si aspettava era un tiro da tre inizialmente preoccupante (leggermente messo a posto col passare delle partite, ma pur sempre insufficiente) ed una difesa più che notevole: il DRTG on/off è +3 mentre il DBPM è 2.5. In certi frangenti ha quasi bullizzato pariruolo di razza (Wall lo soffre tantissimo) e l'attitudine al lavoro difensivo è davvero encomiabile, nonostante lacune normali per un rookie.
Ci si aspettava molto da Kuzma e, tutto sommato, anche lui ha rispettato le attese. E' già grandicello per un rookie ed ha usato questa esperienza per guadagnarsi i gradi da titolare in brevissimo tempo. 16 punti a partita con buone percentuali da 2 e da 3, efficienza ai massimi livelli (non tira praticamente mai dalla media) e stamina come se piovesse sono i suoi tratti distintivi. In difesa purtroppo concede ancora troppo, perché è esilino come stretch-four e la mobilità è un po' quel che è. Cmq avercene...
Hart è il terzo incomodo tra i nuovi arrivati: probabilmente il più completo, con percentuali ancora migliori di Kuzma (ma con molti meno tiri) ed una difesa piuttosto buona sugli switch. Di certo non ha le spalle così larghe da prendersi addosso tutte le responsabilità dell'attacco, ma uscendo dalla panchina ha le capacità per reggere tranquillamente questi ritmi.
Ingram (quello giovane) ha mostrato una buona crescita, mettendo su qualche muscolo e aumentando la propria consapevolezza. E' molto lontano dall'essere il simulacro di Durant che ci si aspettava, ma i margini sono ancora inesplorati. Preoccupa un po' per il numero di partite giocate, un po' basso.
Quello che ha subito una vera e propria consacrazione è stato Randle: partito quasi ignorato da Walton, ha finito per essere la pietra angolare della squadra non appena compreso che giocare da 5 nello small-ball è il suo ruolo migliore. Ottimo a rimbalzo, stessi punti per partita di Ingram e Kuzma, ma quasi inarrestabile in area. Certo, il repertorio di finte sotto canestro è quasi inesitente (si affida quasi solo alla forza bruta) e spesso si incaponisce per voler terminare quando invece sarebbe utile far uscire palla dall'area intasata. Migliorasse sotto la voce assist sarebbe un perfetto Draymon Green dei poveri.
Tra le delusioni possiamo citare Clarkson, poi finito a Cleveland come tutti sappiamo. Non tanto per le prestazioni o i numeri (tutto sommato accettabili) quanto perché non ha dimostrato alcuna crescita rispetto agli anni scorsi. Tant'è che alla corte del Re ha dimostrato tutti i suoi limiti. Discorso simile per Nance: nonostante i suoi intangibles aiutino tantissimo la squadra, da quando è in NBA non ha mai mostrato segni di una crescita evidente, tanto da farmi pensare che ormai il suo ruolo sia quello di onesto mestierante in squadre di media classifica.
Delusione senza appello per Zubac: quello che di poco aveva sembrato offrire è scomparso e l'inettitudine è tutto ciò che sembra essere rimasta. E' grosso, ma nulla di più: non salta, non sa passare, non sa tirare, non lotta a rimbalzo e si fa mangiare in testa da chiunque. Il prossimo anno di contratto è non garantito, ma fosse per me sarebbe garantito che non lo prenda.
Il problema più grosso di questa squadra è stato il PG di riserva: con Lonzo in panchina la scelta tra Caruso e Ennis era come scegliere se perdere i coglioni o il cazzo. Caruso ok, voglia di fare e combattente nato, ma è poco meno di un Dellavedova sfigato. Ennis è invece quanto di più irritante possa esservi in un giocatore (a parte Rondo).
Lopez e KCP si accomunano per il contratto annuale faraonico utile a loro per riempire il conto in banca ed a noi per svuotare il capo l'anno prossimo. Hanno tutto sommato fornito le prestazioni che ci si aspettava da veterani come loro. Il primo è in evidente difficoltà contro roster piccoli, ma la sua pericolosità dall'arco e la buona propensione a darle e prenderle sotto canestro sono risultate utili. Pope è quello che sarebbe un buon 3&D, se non fosse troppo attirato dall'egocentrismo. Se non dovesse arrivare un big in estate, potrebbero vedersi offrire nuovamente un annuale a cifre spropositate (il che non è un male, a seconda dei punti di vista).
Preferirei non parlare di Deng e IT, per i noti motivi che inducono all'omicidio.
Menzione d'onore per Andre Igram, che dopo 10 stagioni in D-League, s'è giocato (e alla grande) le sue due partite tra i grandi. Ottenendo tra l'altro la miglior percentuale da tre di tutto il roster.
Ora il futuro si gioca sull'appeal. Le mosse di Magic e Pelinka per liberare il cap hanno funzionato, anche se resta la tegola Deng. Anche firmando Randle e senza giochini strani sul salario di Deng (stretch), restano comunque una sessantina di milioni con i quali giocare, in altre parole due big player.
Il problema, come detto, è l'appeal. Perché oltre ai soldi devi offrire concrete possibilità di vittoria per invogliare gente come PG o addirittura LeBron e, allo stato attuale, mancano ancora troppe tessere al puzzle per garantire per lo meno una finale di conference. Perché è quello di cui parliamo: se l'obiettiv è arrivare ai PO, George può pure rimanere a OKC, mentre abbiamo visto che James può arrivare alle Finals pure giocando da solo. Esclusi loro, l'unico che potrebbe offrire tangibili miglioramenti potrebbe essere Boogie, ma l'infortunio al tendine d'achille è un allarme rosso grosso come l'ego di Westbrook. Se quindi l'assalto ai primi due FA non dovesse portare a nulla, è probabile che l'anno prossimo si tornerà con un roster non molto dissimile dall'attuale, ovvero con due buoni giocatori strapagati per un anno e la speranza di crescere in casa un rookie d'elite.
giovedì 14 giugno 2018
venerdì 28 luglio 2017
Mediacom SmartPad 855i - hard reset e firmware
Mi è toccata in sorte di sistemare il pad in oggetto, un Mediacom SmartPad 855i. Visto il valore dell'oggetto, ho seri dubbi che le tre ore passate a sistemarlo siano state ben spese, ma tant'è.
Il problema non è stato tanto sistemarlo (in fondo bastava riflashare il firmware) ma che Mediacom è una capra quanto a supporto. Spero che Google indicizzi questo howto e che serva a qualcuno.
Allora, il problema era che al boot il tablet rimaneva bloccato sull'icona del robottino di Android. Stupidamente mi dico che basterà un hard-reset.
Spoiler: no, non è bastato.
Il tablet ha un pulsante per l'hard-reset, che non è servito ad un tubo.
Il firmware non ha una modalità di recovery, al contrario del 99% degli Android.
Ergo, l'unica soluzione era ricaricare il firmware con la procedura Mediacom. Il fatto è che chi ha preparato il file presente sul sito è evidentemente sottopagato (forse pure in buoni pasto), tanto che, alla fine della storia, si è rivelato inutile. Nello ZIP trovi il firmware originale (l'unica cosa che potrebbe interessarti, ma che comunque ti sconsiglio, ti spiegherò poi perché), una guida scritta da una scimmia sotto LSD e varie cartelle caricate a caso. La guida è l'esempio dell'incompetenza e della scarsa attenzione al post vendita: cita pulsante inesistenti ("Home"?), procedure errate , file fantasiosi, ecc...
Quindi scarica il file, poi cestinalo. Per sicurezza.
A queste difficoltà si è aggiunto Windows 10 e la sua idiosincrasia per i driver non firmati.
Dopo un po' di prove e di San Google, ne sono venuto a capo. Già che c'ero ho trovato un firmware alternativo e ti consiglio caldamente di utilizzare questo, al posto di quello originale.
Cominciamo. Ti servirà:
- lo SmartPad 855i marcio
- un cavo micro-USB
- un computer con Windows
- il firmware di un onesto cucinatore (o, sconsigliato, il firmware originale)
- LiveSuit
Passiamo alla procedura corretta:
- Riavvia Windows con il controllo sulla firma dei driver disabilitato.
- Estrai dal RAR del firmware (la passord è "mIraale") il file IMG.
- Estrai la cartella LiveSuitPack sul desktop, entraci e lancia l'eseguibile "LiveSuitPack1.11.exe" (o più aggiornato). Dovrebbe creare diversi file ed installare in automatico i driver necessari.
- Lancia l'eseguibile LiveSuit.exe (anche questo creatosi automaticamente nel passo precedente).
- Clicca su "SelectImg".
- Seleziona il file IMG del firmware da flashare (passo 2).
- Spegni il pad (tieni premuto il tasto "Power", quello sul lato corto del tablet, finché non si spegne).
- Collega il cavo USB al pad ma NON al pc.
- Premi il tasto "Volume -" e, tenendolo premuto, collega il cavo USB al pc.
- Continuando a tenere premuto il tasto "Volume -", premi 4 volte velocemente il tasto "Power".
- Il PC dovrebbe indicare che una nuova periferica è stata connessa, mentre il pad dovrebbe essere rimasto spento. Dico dovrebbe perché questa è la procedura più controversa, essendovi diverse versioni della stessa. Ma sul mio è servito fare così.
- Ora puoi rilasciare i tasti "Volume -" e "Power".
- LiveSuit propone una finestra di avviso. Premi su "Yes" e poi nuovamente su "Yes".
Come avrai notato, ti ho consigliato questa ROM, al posto di quella originale, perché nettamente più snella e reattiva (nettamente è dire poco). Ha anche il vantaggio di avere una recovery (per accedervi, spegni l'855i, premi il taso "Volume-" e poi "Power", tenendoli premuti entrambi fino all'avvio dello schermo), che permette di resettare il SO e fare altre operazioni pericolosissime ma spesso utili.
Inoltre è aggiornata ad Android 4.2.2 (invece della 4.0 del software originale).
Non ho testato tantissimo questa nuova versione, ma da quanto ho letto non dovrebbe avere grandi personalizzazioni e, dunque, gravi problemi.
Spero che questo possa essere utile a qualcuno e, magari, fargli risparmiare un po' di inutili minuti spesi su questo scarto della società.
giovedì 27 luglio 2017
Summer League dei Lakers
Pur senza Ball, MVP del torneo, abbiamo vinto la Summer League. 💪
Ok, vale come la Coppa del Nonno del Bagno "Da Franco", ma intanto la differenza dagli anni scorsi si è vista.
Cominciamo dalle cose positive.
Tenendo conto del livello del torneo, con squadre assemblate alla bell'e'meglio con scarti della società allenati da gente palesemente ubriaca nella palestra dell'oratorio, mi è piaciuto abbastanza la circolazione palla del Lakers, con extra-pass frequenti (talvolta pure eccessivi) e un discreto uso del p'n'r. Non male anche la difesa e la propensione alla transizione, in entrambe le fasi.
Ingram è durato una partita, poi l'inequivocabile gesto di Magic ha decretato la fine del suo torneo, nonostante l'infortunio non si possa nemmeno definire tale (ma era giusto evitare rischi inutili). Ma in quella partita ha dominato sia in attacco che in difesa, mostrando ottime cose e pure un filino di muscolatura in più rispetto a quello che ricordavo tre mesi fa. Basta guardare la prima azione della prima partita della Summer League, con la gentile collaborazione di Lonzo (giusto per mettere in chiaro le cose):
Lonzo-Ingram connection
Ball: come detto, mi è sembrato un fenomeno. Poi magari tra i grandi prenderà legnate, non lo so, ma come definito da qualcuno, sembra uno "Stockton con 20 centimetri in più di cazzo". La visione di 'sto ragazzo è ai limiti della veggenza, vede tutti ovunque siano e riesce a raggiungerli con passaggi alla Matrix. O quarterback NFL:
Tom Brady gli fa 'na pippa
Il ball-handling non è il suo punto di forza, ma è pure capace di finire al ferro sfruttando la maggiore altezza rispetto al suo marcatore abituale. Buono il gioco in pick&roll, mentre il tiro da fuori è stato piuttosto ondivago, anche se con una tendenza al miglioramento col proseguo delle partite. La meccanica strana non l'ha penalizzato (si prevedevano stoppate frequenti, non ce ne sono state). La difesa non è d'elite, ma è qualcosa su cui si può lavorare: grazie alla braccia piuttosto lunghe, anche passare dietro al blocco non è troppo penalizzante, anche se riesce spesso a passare tra bloccante e palleggiatore. Il feeling con Kuzma è stato immediato, con transizioni al limite del possibile (con difesa ridicolizzata). In prospettiva, assieme a Clarkson (uno che ama correre, visto che al liceo si dilettava con la velocità in atletica), potrebbero davvero spezzare le partite. Ah, e per la cronaca, ha il record di assist nella SL, staccando gente come Wall e Dame. Così, per dire.
Ecco, Kuzma, altra notizia notevolissima. E' uno stretch-four che capita a fagiuolo nel roster, visto che è uno spot che proprio ci mancava. Giocatore davvero completo, con un tiro da fuori con medie curryane (48% su 7 tentativi a gara), ottima velocità e controllo del corpo, attento in difesa e abilissimo pure a finire al ferro. Come detto, ci serviva uno così, perché va a colmare le lacune di Randle e Nance. IMHO potrebbe pure ritagliarsi dei minuti da tre, visto l'atletismo.
Non malaccio anche Vander Blue: reduce da una G-League dominata (MVP 2016/17), ha bullizzato intere difese, ma, sinceramente, lo vedo molto più adatto a contesti meno di livello, rispetto alla NBA (leggi Europa). Pelinka e Magic devono essere del mio stesso avviso, visto che a roster gli è stato preferito Caruso: la "capigliatura" lo rende un veterano, ma dopo essere finito undrafted lo scorso anno, s'è meritato una chance come backup di Lonzo in regia. Mastino alla Dellavedova, con meno bava alla bocca ma con più intelligenza, è stata una piacevole sorpresa. Peccato per la propensione alle palle perse. Giocherà 3 minuti di media, ma saranno tutti da ridere.
Thomas Bryant merita il premio "American Pie": con quel suo entusiasmo fanciullesco, mi ricorda la precocità di Jim con Nadia:
Thomas Bryant dopo aver fatto canestro
E poi una maglia col nome Bryant senza il 24 sotto (o l'8, per i nostalgici) proprio non se po' vedere. Mi sembra alquanto lontano da una possibilità qualunque di calcare in tempi brevi i parquet dei pro.
Il problema è che, attualmente, gli unici centri che abbiamo sono Lopez e Zubac. E quest'ultimo è stato uno delusione.
Sia chiaro, i suoi numeri li ha messi, ma considerata l'esperienza maturata e l'ottima impressione di quest'ultimo anno, mi aspettavo di vederlo dominare sotto i tabelloni. Al contrario s'è fatto mangiare in testa da chiunque a rimbalzo e in post. Come bloccante non è che sia tutto sto granché (diciamo poco smaliziato, va), recupera qualche punto col tiro dalla media. Un po' pochino per il nostro centro di riserva.
L'altra scelta, Hart, ha giocato poco (solo 2 gare, non so se per infortunio o altro) ed ha poco esaltato. Thomas, al contrario, è partito un po' contratto (non ne metteva una) per poi finire invece alla grande (62% al tiro in 8 gare). Discorso simile per Wear, anche se con cifre un po' meno esaltanti. Spero che questi finiscano in G-League (ex D-League, per chi non lo sapesse) a macinare minuti ed esperienza. Come role-player, non mi sono dispiaciuti.
A conti fatti, una Summer League con spunti davvero interessanti che alimentano l'hype per la prossima stagione.
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domenica 5 marzo 2017
Andare in moto
Ecco, andare in moto da le stesse sensazioni che ho provato guardando questa scena al cinema.
La moto è libertà di muoversi, di spostarsi. E' velocità, accelerazione, agilità. E' sentire quell'ammasso di acciaio ed alluminio fra le gambe ed essere fuso con esso, in un unico essere.
L'automobile ti trasporta, ti coccola, ti protegge. In cambio ti chiede di viaggiare come sui binari, con poche decine di centimetri da un lato e dall'altro in cui poterti muovere sulla strada. La velocità arriva con calma, devi essere paziente in curva per assecondare i suoi voleri.
In moto tutto è diverso. Veloce. Sei sull'ultimo gradino di una scala appoggiata su un'impalcatura montata sopra la piramide alimentare del traffico. Sei il predatore del T-Rex.
Difficilmente troverai qualcuno più veloce di te, a meno che non sia della tua stessa razza. E per questo devi comportarti come un re saggio, che sa quando avere il pugno duro sui suoi sudditi e quando essere compassionevole.
In cambio sei libero. Tutto accade con estrema lentezza, anche se a velocità più alta di qualsiasi auto. Puoi osservare la strada, larga cinque volte te. Puoi scegliere la tua traiettoria, dosare la frenata sentendo muoversi sotto di te le sospensioni, il peso che aumenta la pressione sui palmi ed il mondo che si inclina sotto le gomme calde ed appiccicose. Non puoi rimanere immobile, perché la tua compagna, là sotto, non gradisce che tu sia un corpo estraneo. Devi aiutarla a scendere, devi spostare il tuo peso a seconda delle necessità, appenderti quasi innaturalmente fuori della sua sagoma ed avvicinarti alla superficie rovente e granulosa dell'asfalto.
Il tuo sguardo è puntato lontano. La curva sembra non finire mai. Ma dentro di te l'attesa è spasmodica. Non appena arriva il momento giusto, lo capisci immediatamente. Come quando incontri la donna della tua vita, che non sai perché ti piace, ma sai che è bellissima. Ecco, in quel momento sai che devi muovere il tuo polso destro e scatenare tutto ciò che anni di studio e milioni di euro (o miliardi di yen, nel peggiore dei casi) hanno perfezionato fino all'inverosimile: il tuo motore.
I battiti ed i giri aumentano all'unisono, con uno scatto felino cerchi il maggior appoggio possibile da un gomma posteriore schiacciata e deformata, mentre la spinta inesorabile ed il suono elettrizzante ti spingono in una dimensione differente da quella dei comuni ed automuniti mortali.
Un gruppo di smanettoni sul passo
Spesso si usa il termine "snocciolare le marce". Ma in realtà la sensazione è più quella di un soldato che cambia il caricatore al suo mitragliatore. Ogni volta che il divertimento pare sul punto di finire, basta un clank e tutto ricomincia.
Sul display luminoso (o per i più nostalgici, una perigliosa lancetta) appaiono valori piuttosto insensati, quasi sempre a tre cifre. I numeri cambiano così velocemente che non riesci a stargli dietro. E comunque non sarebbe opportuno. E' l'unico momento in cui puoi respirare. Prima di ricominciare tutto. Ancora. Ed ancora.
Ma non sempre occorre andare veloce. Anche a velocità normali (che poi, cosa significa "normale"?) tutto questo è ancora vero. Anzi, forse lo è ancora di più. Perché in quei rari momenti puoi goderti tutte quelle sensazioni che di solito sono sopraffatte dall'adrenalina. Le vibrazioni piacevoli, le sospensioni che lavorano, la meccanica che ruota, spinge, tira, aspira ed espelle. Se presti attenzione puoi sentire il rumore delle valvole, della catena, degli scoppi regolari o irregolari. Puoi decidere se stare al centro della strada, puoi evitare le inevitabili buche, puoi schivare auto, scooter, viandanti ed animali come uno sciatore tra i paletti di uno slalom gigante.
Andare in moto è libertà di guidare, per davvero, non di essere trasportati, limitati, guidati.
La moto non è un mezzo di trasporto.
E' un mezzo di vita.
venerdì 3 marzo 2017
E' morto un uomo
Ieri un uomo è morto.
Fatto ordinario, dirai. Ed è vero. Ogni giorno sono centinaia di migliaia le persone che muoiono. Tanti per tragici incidenti, altri per omicidi, altri ancora per malattie. E alcuni si tolgono volontariamente la vita, sopraffatti dalla depressione e da un mondo che non è capace di aiutarli.
Ma l'uomo che ieri è morto è diverso da quasi tutti gli altri. Perché non era un uomo libero, nemmeno di morire. Era schiavo del suo stesso corpo inerme. Della sfortuna, anche, del fato che lo aveva legato ad un letto.
La sua volontà è stata rispettata, alla fine. E forse questo avrà delle conseguenze su chi gli era accanto.
Per alcuni è facile pensare che quella sia la soluzione migliore e che lo Stato debba essere obbligato a rispettare la decisione che ha preso.
Ma se già è difficile scegliere un panino al McDonald's, come può esserlo scegliere di morire?
Ogni persona è attaccata alla propria vita, perché è la sola cosa che possediamo veramente. Tutto il resto è un dono della vita stessa, dalle emozioni alle cose che ci circondano e di cui amiamo circondarci. E la vita è l'unica cosa di cui non possiamo fare a meno. Arrivare al punto in cui l'unico nostro desiderio è di perderla equivale a dichiarare il fallimento della nostra coscienza.
Lui ha scelto di mollare, soverchiato da una vita troppo dura, dal non poter più essere ciò che era, perché era ciò che faceva, non ciò che pensava, provava, donava attraverso la sua esistenza. Non ha scelto la strada più facile, come in molti hanno declamato con spregio. Perché ha reso la sua scelta, la sua volontà, pubblica, mediatica. Ha voluto, col suo ultimo gesto, diventare molto più di un inerme corpo.
Ma non pensare che tutti siano così. Non per tutti la vita è solo ciò che facciamo.
Io non so cosa farei, se fossi nei suoi panni. Perché vedere scorrere la vita attorno a me, senza poterla toccare, gravando su chi mi sta intorno di un peso che ti trascina a fondo, forse tanto vita non è.
Spesso si usa il verbo "andarsene". Ma morire è altra cosa. Perché non vai da nessuna parte, dopo.
Semplicemente non esisti più. E non amerai, non soffrirai, non avrai più fame o sete, freddo o caldo. Non riderai più di una battuta e non piangerai per una sconfitta. Non parlerai, non ascolterai più la voce dei tuoi cari.
Non penserai.
E da quel momento, solo da quell'istante, non vivrai più.
Lui è arrivato a quel momento dopo aver perso l'ultima cosa che rimane, la speranza.
La medicina fa ogni giorni passi da gigante. Curiamo malattie e traumi che solo pochi decenni fa erano mortali. La domanda, dunque è se domani trovassero una cura? Se domani lui avesse potuto tornare quello che era? O forse non la troveranno mai, lasciando migliaia di persone nell'illusione della speranza.
Non so se avrei il coraggio di morire come quell'uomo.
Ma so che ho il coraggio di vivere la mia vita più di quanto l'abbia fatto fino ad oggi.
lunedì 7 novembre 2016
Chiedimi come sia scrivere
Ogni volta mi chiedono come sia scrivere.
La risposta ha un che di autoreferenziale, perché devo scrivere di come ci si senta a scrivere. Ma credo che tu meriti una risposta, per quanto incompleta e soggettiva.
Scrivere, o meglio, scrivere un libro, è un'esperienza straniante. Non in questo senso, ma per il fatto che, per una larga parte della tua vita, sei in due o più luoghi allo stesso tempo. Non appena la tua mente si libera, anche durante i dieci minuti che da casa ti portano a lavoro, i tuoi pensieri tornano alla tua storia, a ripercorrere ciò che già hai scritto per convalidarne la coerenza, cercare nuovi dettagli o pensare a dialoghi efficaci.
La sera è spesso invece una maledizione. Spegni la luce, magari dopo aver scritto un po' di pagine sul tablet/notebook, guardi l'ora sul display a led arancioni della radiosveglia e chiudi gli occhi. Ma il cervello non è d'accordo con il tuo intento, continua ad elaborare intrecci, discorsi, sensazioni, nomi. E più cerchi di silenziarlo, più senti nascere in te idee nuove, esaltanti.
Sai che devi dormire ma che l'unico modo di fermare quel vortice di pensieri sarebbe riaccendere quel display e riprendere a scrivere. Ma tieni gli occhi chiusi per non guardare quell'inclemente display mostrare ore inenarrabili, con l'alba che si avvicina e dieci ore lavorative che incombono sul tuo immediato futuro.
Spesso mi chiedono come sia scrivere.
Per fare bene il tuo lavoro, per rendere palpabili i tuoi personaggi, devi provare le loro emozioni, sentire la loro fatica, percepire la loro fame, il freddo, le sensazioni sulla loro pelle.
Devi essere loro.
Questo ti porta ad identificarti con essi, ad amarli, tanto che a volta fai fatica a fargli del male, anche se sono "cattivi". Perché sai che sono una parte di te ed è come fare male a te stesso. Sai bene che devi scrivere ciò che deve accadere, che non hai alternativa a raccontare la storia per come dev'essere raccontata.
A volte ti senti onnipotente, perché sei il Dio dei tuoi personaggi, del tuo romanzo. Puoi far accadere tutto ed il suo opposto, davanti ad una scelta puoi decidere con sconfinata libertà, senza restrizioni, regole, limiti, se non quelli legati, ma non sempre, alla coerenza dei fatti.
Ma sei sempre un Dio schiavo della sua stessa creazione. Perché la storia in realtà scorre quasi autonomamente. Gli accadimenti nascono, si incastrano, si fondono gli uni con gli altri in modo naturale, quasi sempre senza necessità di correzioni o aggiustamenti. Tanto che scrivere diventa appassionante tanto quasi leggere, perché ciò che desideri è sapere cosa accadrà, cosa diranno o faranno i personaggi nella prossima pagina che ancora devi scrivere.
Talvolta mi chiedono come sia scrivere.
Ma nessuno mi ha mai domandato come ci si senta a smettere di scrivere. Perché ogni storia ha un inizio ed una fine. Ed ogni libro ha la necessità di essere terminato. Perché senza una fine, nessuna cosa ha senso, esattamente come l'esistenza ha necessità della sua fine per avere un fine.
Il giorno in cui termini di leggere l'ultima pagina del tuo libro per l'ultima volta, dopo aver corretto migliaia di errori, omissioni e disortografie, quel giorno sei triste. Perché quei personaggi, quegli avvenimenti, non faranno più parte di te, sono liberi come i tuoi figli quando vanno al College e sai che sì, a Natali li rivedrai, ma non sarà più lo stesso.
Ma sei anche felice per aver soddisfatto quell'esigenza ingestibile di raccontare ciò che hai dentro, di traslare in lettere, parole, frasi e pagine ciò che la tua anima ha necessità di espellere da sé per tornare ad essere sé. Scrivere è una necessità primaria, come respirare, mangiare, dormire. E' un'azione che il tuo corpo, la tua mente ti obbligano a fare, anche contro la tua volontà, la tua razionalità. Perché, semplicemente, non puoi farne a meno. Anche se sai che pochi o nessuno ti leggeranno, che ancor meno ti apprezzeranno. Ma non è questo che ti spinge a farlo, perché la fatica, le energie mentali ed il tempo dedicato non possono essere in nessun caso giustificati da una spinta che non nasca dal tuo io.
Nessuno mi ha mai chiesto come sia scrivere.
Ma se qualcuno mai me lo chiedesse, potrei fargli leggere questo post.
mercoledì 2 novembre 2016
Giorgia on my mind
Giorgia è la più grande voce femminile italiana di sempre. Sappilo.
Si, ok, è un ex-aequo, ma solo perché Mina e Giorgia non sono gareggiano nella stessa classe.
Giorgia, dicevo, è la più grande voce italiana. E come spesso accade alle grandi voci italiane, si è frantumata contro brani in gran parte iniqui nei confronti della sua voce.
Voglio dire, ascolta questa:
Lascia perdere il video molto (troppo) anni 90. Ed anche il pessimo lip-sync.
E' quasi perfetta. Quasi.
Più la ascolto e più penso che gli manchi qualcosa. O meglio, che abbia qualcosa di troppo. L'incipit iniziale, intimistico e retto egregiamente su frequenze infime (per una donna), sfumature vocali che non posso fare a meno di continuare ad ascoltare. Però fammi il piacere di fermare il video a 2:08. Il resto è solo meretricio musicale.
Perché poi il 95% della produzione di Giorgia è esattamente questo, una produzione Puttanata Commerciale s.p.a.
E' una violenza, un reato contro le sue capacità canore, tecniche ma soprattutto emozionali.
Per dire:
Questo l'avrebbe potuto cantare chiunque. Ok, non sarebbe la stessa cosa, ma sarai d'accordo con me che il brano non la valorizza? Non solo, né la musica né il testo hanno alcunché di valore. Eppure ci hanno investito tanto da farci anche un videoclip, quindi non dev'essere la classica canzone riempitiva per chiudere l'album, immagino.
Purtroppo non sono un cultore dei suoi album, non potrei reggere un'ora di sofferenza e rabbia solo per godermi pochi minuti. Non siamo mica sposati? Potrebbero quindi sfuggirmi quelle chicche che poco passano in radio e di cui magari nemmeno c'è il video ufficiale su YouTube.
Questa non è una chicca, ci mancherebbe, ma ben rappresenta cosa Giorgia potrebbe aver fatto negli ultimi 20 anni:
La voce di Giorgia non è solo acuta. La sua non è solo tecnica. E' l'insieme ad essere più grande della somma delle singole parti. L'estensione vocale è a tratti disarmante, la capacità di aggiungere sfumature, virtuosismi mai banali e, soprattutto, mai futili. Giorgia emoziona sia quando raggiunge vette elevatissime, sia quando sembra accanto a te, che ti stia cantando sottovoce solo per voi due. Emoziona quando più che cantare, parla. Puoi ben comprendere, dunque, la mia rabbia. Come se per colpa di qualcuno o qualcosa, il destino ci abbia privato di ciò che ci spettava di diritto, la possibilità di ascoltare appieno la sua voce.
Giorgia è l'ennesimo caso di talento immolato sull'altare del business. Come lei Tiziano Ferro, altra grande voce ridotta a macchietta da brani insulsi e vomitevoli. Non perché siano brutti (è piuttosto difficile produrre una brutta canzone, al massimo inutile) ma perché sopportare quello spreco di talento non può che causare convulsioni. Non è un caso che abbiano cantato assieme, ovviamente risultati del tutto trascurabili.
Giorgia poteva essere immortale, invece ha scelto (o è stata consigliata) di percorrere una strada diversa. Anche il suo essere poco appariscente, poco presente sui rotocalchi, quasi schiva (in modo simile, ma meno marcato, proprio a Mina). Questione di carattere, immagino.
Ma non sai quanto mi faccia soffrire pensare a cotanto potenziale disperso, come se Leonardo si fosse limitato a progettare mulini a vento.
Ti lascio con un ultimo brano, un brano che non è suo. E' un brano di Alex Baroni, un'altra grande voce spezzata, legata a lei fino a pochi mesi prima della sua tragica morte.
Solo Dio (o il Grande Architetto) sanno cosa sarebbe potuta essere Giorgia. A me resta il rimpianto.
E qualche piccola lacrima di talento sfuggita al destino.
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