giovedì 6 ottobre 2016

NFL Week 4 - Kansas City Chiefs at Pittsburgh Steelers


Allora, ricapitoliamo.
Fumble, intercetto, punt fuori campo, field goal sul palo, TD su ritorno annullato, downs.
Più o meno il riassunto della partita in meno di una riga.
Tutto quello che di negativo (escluso infortuni) può succedere ad una squadra in una partita di football, è successo ai Chiefs domenica scorsa.

E' chiaro, non è una scusa per la sconfitta, avremmo perso in qualunque caso. Troppo forti gli Steelers e troppo scarsi noi, sia in attacco che, soprattutto, in difesa. Amnesie difensive ingiustificabili, intensità nei placcaggi, per così dire, rivedibile, drop incredibili e scarsa attenzione sui blocchi.

Da tifoso l'unica cosa che posso è aggrapparmi alla speranza che tutta la negatività si sia concetrata in quest'unica partita, che le pessime condizioni meteo (e del campo) abbiano negativamente influenzato la nostra prestazione e che, soprattutto, serva di lezione ad una squadra che non sta assolutamente rispettando le aspettative.

Nota positiva il rientro di Charles, anche se con esiti dimenticabili. Male tutti, con piccole menzioni d'onore a Ware e Hill. Ma nemmeno loro arrivano alla sufficienza (e forse nemmeno al 5).
Se non cambia qualcosa, i Playoff sono un miraggio.

martedì 4 ottobre 2016

Riserva dei panda


Crescere un bambino, pensare alla sua educazione ed alla sua salute, può essere distopico. Ti ritrovi quasi tutti i giorni ad imporgli scelte che vanno contro la sua volontà: studia anziché giocare, mangia le verdure anziché hamburger e patatine, vai a letto presto, non toccare i fili scoperti dell'alta tensione...
Tu sai benissimo che ciò che sei costretto ad ordinargli è per il suo bene, perché sei conscio delle conseguenze del contrario. Se non studiano, non avranno un futuro, se non mangiano correttamente, avranno problemi di salute, e così via. Lo sai perché hai passato gli ultimi 20-30-40 anni della tua vita a comprendere che ogni azione e comportamento ha delle conseguenze, alcune immediate (toccare i fili della corrente comporta una scossa), altre a lungo termine (se mangi ogni giorno da McDonalds diventi come Giuliano Ferrara).

La cosa potrebbe avere un suo perché.

Crescendo, parallelamente scopri che non tutti hanno invece questa consapevolezza. O meglio, anche loro continuano a dire ai figli di mangiar bene e non giocare con il 220v, ma poi hanno un orizzonte temporale di non più di 10 minuti. A volte pure meno.

Una certa frangia di femminismo sostiene che le donne debbano essere uguali agli uomini, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Anzi, devono essere PIU' uguali, perché devono avere gli stessi diritti degli uomini, ma non viceversa.
Un mio caro amico vede sua figlia per un'ora al mese, davanti agli psicologi, senza aver mai fatto nulla di male, né a lei né alla ex-moglie. Ma ella ha il diritto di negarli ciò che un giudice ha contrariamente deciso, ovvero l'essere padre nonostante non sia più un marito. Puoi credermi o meno, ma questa è la verità. E se pensi che possa essere un caso isolato, ricrediti.

Le donne vogliono essere tutelate, ma non in quanto madri, lavoratrici o cittadine, ma in quanto donne. Può sembrare sofistico, ma non c'è nulla di più razzista nell'esigere protezioni speciali solo per il fatto di essere nate femmine. 

Devi sapere che tanti anni fa, in un'epoca nella quale ancora Facebook non esisteva, frequentavo l'Università. Ingegneria Informatica, per la precisione. Non è un dettaglio da poco, perché già tra le aule di Ingegneria le donne sono una presenza rara, ma in quel particolare corso erano meno frequenti di un rinoceronte bianco.
Sul 150 matricole, c'erano 4 ragazze.

Una foto dell'epoca.

Ricordo perfettamente gli sguardi di quasi 300 occhi puntati su quelle, in media, non attraentissime donzelle, che pure avevano fior di capacità di arrivare laddove il 75% dei loro compagni (me compreso) non sarebbero arrivati, ovvero a discutere la tesi.
Un giorno arrivò un rappresentate della Cisco, azienda leggendaria nel comparto informatico. Un luogo dove, non lo nego, avrei sognato di lavorare. Il markettaro fece un grande pippone sul futuro di internet e sul ruolo leader della sua azienda. Era come vendere birra nel deserto: eravamo tutti estasiati e pendenti dalle sue labbra.
Infine terminò esponendo un particolare corso di formazione, aperto a 10 alunni, scelti tramite una prova scritta. Solo i più meritevoli avrebbero avuto l'opportunità di parteciparvi. Poi aggiunse che metà dei posti, per quelle che oggi sono nominate "quote rosa", erano riservati a donne.

Non ci vuole un genio della probabilità per capire come 146 maschi dovevano contendersi 5 posti, mentre 4 femmine potevano pure lasciare il foglio in bianco. Ma se desideri due numeri eccoli: io avevo il 3,4% di possibilità di passare il test, una qualunque di quelle ragazze ne aveva il 125%.
Ovvero sarebbe passata anche contro la sua volontà.

Tutto questo ti sembra equo? Ti sembra un modo per rispettare quelle ragazze per le loro capacità? Oppure dava loro un'opportunità pressoché unica solo per il fatto di essere nate con la vagina anziché con il pene?


Questo è valido in ogni aspetto della vita. Non puoi discriminare, seppur a fin di bene, le donne dagli uomini per dare alle prime maggiori opportunità solo per diritti di nascita. Tutto questo è immorale, soprattutto nei loro confronti. Oltre ad essere incostituzionale, tra l'altro.
Poteva avere un senso 50 anni fa, forse, ma oggi è talmente anacronistico che, fra pochi mesi, con ogni probabilità la prima donna prenderà il posto del primo nero nell'ufficio più influente del mondo, senza avere avuto la necessità di avere la strada spianata per via del suo organo riproduttivo.

Mi dirai che ci sono poche donne a manovrare le leve del potere. E sarà anche vero. Ma siamo sicuri che il motivo sia il maschilismo imperante? O magari le donne sono, in media, meno interessate degli uomini a impegnarsi in certi ruoli? Perché allora non dovrebbero trovare scandalo se qualche uomo desideroso di potere programmi un viaggio a Casablanca.
Perché non sento alcuna difendere la necessità che la metà dei lavoratori del settore edilizio debba essere donna? Oppure che almeno il 50% degli scaricatori di porto possa indossare tacchi alti e minigonna? E non sarebbe più equo, a par suo, riservare la metà delle cattedre del sistema scolastico pubblico al sesso maschile?
Non si tratta di maschilismo o femminismo. Si tratta di difendere i propri diritti. Perché se è pur vero che molto spesso le donne non godono dello stesso trattamento di cui godono gli uomini, questa non può essere una giustificazione per scadere nella situazione opposta.


Il punto è che le donne e gli uomini NON sono uguali. I due sessi hanno caratteristiche diverse, attitudini diverse, esigenze diverse. Se per una donna il diritto alla maternità è sacrosanto e dev'essere difeso, è anche vero che il diritto alla paternità dev'essere tutelato anche (e soprattutto) in quelle situazioni dove esso è in pericolo.
Non è una questione di numeri, di posti riservati. E' una questione più grande, perché gli uomini e le donne NON DEVONO avere gli stessi diritti, perché NON SONO UGUALI. I diritti devono essere commisurati alle necessità di ognuno, necessità che variano perché diverse sono le esigenze connaturate al sesso. Se per un uomo sollevare 20Kg di solito non è un problema, per la donna quasi sempre lo sarà. Giusto quindi che la legge preveda diversi limiti per i due sessi. Similmente sarebbe poco utile per un uomo avere mammografie gratuite, non credi?
Le donne devono avere diritti simili agli uomini, non gli stessi o maggiori. Perché a rincorrere la forzata parità ci troveremo nella spiacevole situazione nella quale saranno gli uomini ad essere discriminati in quanto tali.
E se in alcuni ambiti il mero numero di donne è inferiore al numero degli uomini, o anche viceversa, è ingiusto e ingiurioso creare riserve indiane discriminatorie.

Perché una volta entrato i un recinto, devi essere consapevole che potresti non uscirne più.

sabato 1 ottobre 2016

Brividi


Nel 1970 viene introdotta la legge Fortuna-Baslini, il dimenticato Jochen Rindt vince il campionato di Formula 1 davanti a Jacky Ickx e mia madre conosce mio padre.
A Londra, invece, viene registrato il Concept Album di Jesus Christ Superstar.
Poco dopo l'inizio del quarto brano, Everything's Alright: non è tra i più famosi, e forse nemmeno tra i migliori. Ma quella che entra in scenda dopo poche decine di secondi è la voce di Judas, interpretata da Murray Head. Non minimizzo se sostengo che è uno degli attacchi più belli non solo dei musical, ma di tutta la musica leggera di sempre.
Ascoltarlo, mi genera ogni volta brividi lungo la schiena. Non sto scherzando. OGNI SANTISSIMA VOLTA.
Woman your fine oinment - brand new and expensive
Could have been saved for the poor
Why has it been wasted? We could have raised maybe
Three hundred silver pieces or more
People who are hungry, people who are starving
Matter more than your feet and hair
Jesus Christ Superstar (Original Concept Album) 

In queste poche strofe è raccolto quasi tutto il senso del musical, il conflitto interiore di Judas tra la sofferenza terrena del suo popolo e la presenza divina di Jesus, tra il bene immediato e quello eterno.

Head non è, e non è mai stato, molto famoso. Nulla di paragonabile al collega che interpretò proprio Jesus in quello stesso album, Ian Gillan.
Che, se non sei avezzo di musica rock, è il cantante di un certo gruppo piuttosto conosciuto chiamato Deep Purple.
Ho avuto la fortuna di assistere dal vivo ad un loro concerto, durante una giornata del Pistoia Blues, nel 1999. All'epoca Internet non era quella che è adesso, e di certo Wikipedia non esisteva. Seppi solo quella sera, quindi, che Ritchie Blackmore aveva lasciato definitivamente la band solo pochi anni prima. Per carità, Steve Morse non era un fermone, anzi. Ma per me, cresciuto con videocassette malamente doppiate di concerti dei Deep Purple in formazione classica (ma io direi "vera"), quella fu una batosta.


L'esperienza di quel concerto, fu scioccante. Ma non fu solo il concerto. Il Pistoia Blues è qualcosa che va (andava?) ben oltre il semplice concerto in piazza. Appena sceso dal treno, a pochi metri dai binari, un gruppo di sconosciuti con batteria, basso e chitarra già emanava il classico trittico di accordi blues. Uscito in strada, un'altro tizio con chitarra e armonica accompagnava una ragazza nell'ennesima interpretazione di I'll Take Care Of You. La cosa si ripeté per tutto la strada verso la piazza centrale. Gente super attrezzata, con amplificatori, casse, batterie iper-mega e microfoni da migliaia di lire (all'epoca ancora non c'era l'euro, per dire quanto sono vecchio). E poi c'erano tizi che con uno zoccolo, una ciabatta ed un'acustica scordata impersonavano la perfetta espressione del blues.

La serata cominciò presto, con gruppi ed artisti sconosciuti e sconoscibili. Dopo i mancabili gruppi spalla salì Lucky Peterson, che forse rappresentava l'unico vero bluesman che avrei sentito per tutta la serata. 
Poi arrivò Jonny Lang. Lo ricordo bene perché, in pratica, aveva la mia età ed apriva il concerto dei Deep Purple. Quando si dice essere arrivati.
Io ero già stanco, attorno a me c'era più droga che nella villa di Escobar e ne avevo piene le palle del blues.
Ma dopo qualche decina di minuti di attesa, le note di Smoke On The Water ripagarono ogni singolo faticoso minuto speso per arrivare lì.


Stesso posto, 9 anni dopo. Ma 9 anni, per i Deep Purple, equivalgono a 9 mesi di un essere umano.

Che poi, a dirla tutta, nemmeno adoravo i Deep Purple. Cioé, non puoi non apprezzare i Deep Purple, per carità. Sarebbe come non apprezzare la Cappella Sistina. Ma per suoni e storia ero più legato ad altri gruppi, meno duri ma più eclettici.
In ogni caso, la piazza era stracolma. Gente che fumava, gente che beveva, gente che pogava. Ma nessuno che piangeva.


Voglio dire, ero davanti ad uno dei gruppi che hanno fatto la STORIA del ventesimo secolo, gente che riempie le piazze da quasi CINQUANTANNI. Ed attorno a me c'era solo gente che godeva. Ragazzini come me non ancora maggiorenni, trentenni sotto LSD, gente di mezza età con cannoni lunghi 40 centimetri.
Vorrei tornare qui, tra 50 anni, a verificare se ancora qualcuno ricorda il nome di uno componente degli One Direction, dei Tokyo Hotel o dei Backstreet Boys. La musica è ormai un bene di consumo, con data di scadenza, un disco (virtuale) da ascoltare e dimenticare subito dopo, per passare ad altro.
Ogni volta che leggo le bio degli X-Japan mi vengono i brividi. Una carriera brevissima (appena 5 album), un lampo intensissimo nella scena rock mondiale che ci ha lasciato perle più emozionanti di mille brani di Justin Bieber.
I discografici fanno il loro lavoro, ma per me è molto più importante la musica che il personaggio. E solo quando lo capiranno anche loro, avremo meno meteore e più supernove.

Con un brivido ho iniziato e con un'altro finisco.


venerdì 30 settembre 2016

Libero arbitrio

Ogni mattina arrivo in ufficio e trovo ad accogliermi questi pulsanti.
Servono a richiamare l'ascensore al piano così che io, obeso indefesso, possa accoccolarmici dentro.
I pulsanti, come vedi, sono due. Uno serve a comunicare all'ascensore che desideri salire, l'altro che invece vuoi scendere.
Due pulsanti.
Sembra semplice, no?
Evidentemente non è così, visto che la gente continua a non capirne il funzionamento.

Io mi immagino queste persone che si approcciano al complesso congegno, trovandosi di fronte a molteplici possibilità. Possono non premere alcun pulsante, attendendo ore che, per caso, l'ascensore giunga al loro piano. Oppure possono premere il pulsante corrispondente alla direzione che devono intraprendere.
Oppure, nel dubbio, li premono entrambi.
Ovviamente è superfluo che io ti racconti quale di queste possibilità si realizzi la maggior parte delle volte, nevvero?
Salvo che, poi, si lamentano dell'idiozia dell'ascensore che li porta al piano sbagliato, quando al contrario l'idiozia è di chi non sa utilizzare un sistema talmente semplice ed autoesplicativo.

Questo mi porta a pensare che il libero arbitrio sia sopravvalutato. L'essere umano medio non sa scegliere, o meglio, ha paura di fare la scelta sbagliata e, di conseguenza, le sceglie tutte o non sceglie affatto. E credo anche che chi è arrivato a presiedere all'attuale ordinamento si sia reso conto ben prima di me di tale caratteristica del genere umano. Non si spiega altrimenti l'indirizzo generale che tratta il cittadino come un lemming circondandolo di mille attenzioni e divieti, in modo da evitare che si faccia del male. Perché ognuno di noi è un potenziale aspirante ai Darwin Awards.

Qualche esempio: sui pacchi di sigarette appaiono minacciosi avvisi sulla cancerogenicità del contenuto, quando TUTTI sanno che fumare non solo non fa bene, ma fa proprio male; le auto ti avvisano con un cicalino se non agganci la cintura, come se all'auto interessasse qualcosa se il guidatore vuole o meno sopravvivere ad un incidente; per non parlare di roba come questa:

Poi penso allo Stato che non ti permette di suicidarti.

Voglio dire, una volta tanto che uno è consapevole di tutto ciò che è, di tutto ciò che sta passando, tu gli vuoi impedire di uccidersi?
Per quale motivo?
Tu sostieni di ispirarti a valori cristiani, così come la maggior parte del tuo popolo, eppure rinneghi quella stessa regola fondamentale cui Dio stesso si attiene in ogni sua azione.
Il Libero Arbitrio.
Veramente io prendo oggi a testimoni contro di voi i cieli e la terra, che ti ho messo davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; e devi scegliere la vita per continuare a vivere, tu e la tua progenie.
Deuteronomio 30:19 

Dio ti chiede di scegliere la vita. Non ti impone la scelta. Ma se Dio stesso non si arroga il diritto di decidere per gli essere che lui ha creato, come può una legge dell'uomo pretendere vita o morte dei suoi pari?
Perché da negare la morte a negare la vita il basso è breve. Si tratta sempre di abusare della libertà che devono avere gli uomini (e le donne, aggiungerebbe la mia prof di matematica del Liceo) di autodeterminarsi. Se credi in Dio, devi lasciare all'uomo la facoltà di sbagliare. Se non ci credi, a maggior ragione, devi consentirgli di fare tutto ciò che desidera senza che questo cagioni danno ad altri.
Non c'è alcuna scusante in questa assenza di diritto.

Se non che la considerazione che il popolo ha dei malati terminali è che essi non siano esseri umani.

giovedì 29 settembre 2016

NFL Week 3 - New York Jets at Kansas City Chiefs


Sei intercetti.
Roba che tante squadre ne fanno meno in un intero anno.
I Chiefs ne hanno fatti tanti in una sola partita.

La sintesi della serata sta in questo numero.
Il caro amico Fitz è sembrato, ad un certo punto impossibilitato a lanciare, visto che completava più intercetti che lanci. Eppure, nonostante questa larga vittoria, i lati oscuri nel gioco di Kansas City rimangono.

La partita
Dopo i primi due drive interlocutori, i Jets ripartono dalla loro prima yard, grazie ad un gran punt di Colquitt. Poi il primo intercetto. Sono passati 10 minuti e Peters riceve un lancio neppure troppo malvagio di Fitzpatrick. E' il terzo in tre partite, ma è solo l'inizio.
Ware e Hill guadagnano 13 yardes a testa, poi si entra nella zona Kelce: TD.
Il secondo quarto comincia con un fumble. Perché se gli intercetti alla fine saranno 6, ad essi si aggiungono altri due turnover. Ma l'attacco non punge e ci vuole il solito Santos, con un abbordabilissimo calcio da 27yardes per aggiornare nuovamente il tabellino.
Cosa che si ripete subito dopo, perché sulla sua rimessa in gioco, lo Special Team causa un fumble, non ricoperto ma preso al volo da Harris, per il secondo TD.
Fitzpatrick sembra sbloccarsi quando, con un lancio profondo per Anderson, guadagna 26 yardes. Poi il drive si ferma e i Jets sono costretti al calcio. Saranno gli unici punti della partita.
Smith ha due minuti al termine del primo tempo, bastano appena per una sportellata da Richardson e Williams.

 Il terzo quarto riparte con le squadre contratte. Kansas City tenta di controllare la partita, ma commette infrazioni a ripetizione. New York non ne approfitta, con Fitzpatrick che continua a lanciare per tentare il recupero.
Gli arbitri tolgono un TD sacrosanto a Ware, dopo un volo spettacolare in endzone. La cosa credo abbia fatto alterare non poco i Capi, tanto che le successive 5 azioni dei Jets termineranno con un intercetto, il quarto dei quali terminato meritatamente di forza e di determinazione in touchdown da Derrick Johnson.
C'è tempo solo per del garbage time, decorato dall'ultimo intercetto di giornata.

Il commento
Una vittoria è una vittoria, e con 16 partite a campionato non è che si possa stare a questionare sul come sia arrivata.
Ma è indubbio che la squadra soffra ancora di problemi sistematici all'attacco. Problemi che non so quanto possano risolversi con il rientro di Charles.
Kelce è ulteriormente salito di livello rispetto allo scorso anno, anche se commette ancora troppi offside. Ware è una grande sopresa, un RB che quasi completa più ricezioni che corse. E grande aspettativa anche per Hill, che al contrario ama partire da dietro e piazzare accelerazioni fantascientifiche che letteralmente bucano la difesa.
Ma spesso Smith non riesce ad innescare queste giocate, o si fa leggere troppo facilmente dalla difesa avversaria.
Aggiungiamoci un Maclin molto sorvegliato dagli avversari (ed a tratti un po' disattento) ed all'ingombrante presenza in tuta fuori dal campo di Jamaal, e troviamo le ragioni dei nostri problemi.

Quanto alla difesa, non riesco a discernere quanto sia merito nostro e quanto demerito dei Jets. C'è da dire che anche prima del quarto quarto da incubo di Fitzpatrick, la difesa aveva già completato un intercetto e due fumble, oltre a costringere i Jets ad un solo FG, per altro non semplicissimo.
Resta il problema sack, appena tre in tre partite (e zero contro i Jets). Vero, quando raccogli 8 intercetti, significa che in un modo o nell'altro i QB sono sotto pressione, anche se non quella tradizionale nella tasca.

Ma non mi sento molto tranquillo.


mercoledì 28 settembre 2016

Hai una sigaretta da offrirmi?


Un mio carissimo amico (che NON è quello in foto), perennemente squattrinato e semi-digiuno di figa, avevo questo detto per approcciare le ragazze. O a volte solo per scroccare una sigaretta.
Ma ho sempre trovato affascinante l'uso di queste specifiche parole. Mi piace pensare che abbia raffinato la sua richiesta in anni e anni di due di picche, fino a raggiungere il miglior risultato con il minor numero di parole possibile.
Non chiedeva "Hai una sigaretta?". E nemmeno "Mi offri una sigaretta?".
Ci sono mille modi per chiedere una sigaretta, ma questo in particolare non verteva tanto sul fatto che lui chiedesse una sigaretta, quanto sull'altro che potesse offrirgliene una. Nella richiesta infatti, non è esplicitata l'offerta in sé, quanto l'esistenza stessa della sigaretta in più da potergli donare.

La parafrasi delle sue richieste apparirebbe più o meno come "E' in tuo possesso una sigaretta di cui puoi fare a meno e che puoi gentilmente offrirmi di tua spontanea volontà?"

Inutile sottolineare come abbia sempre fumato (e non solo) praticamene gratis, in giro per i locali. E qualche volta ha trascorso qualche divertente serata in dolce compagnia.

Se oggi avesse ancora 20 anni, invece, tutto questo non sarebbe possibile.
Adesso c'è la sigaretta elettronica.

Che poi, sarebbe più corretto dire elettrica, poiché di elettronica ha ben poco (almeno non mi risulta abbia al suo interno un microcontrollore). Ovviamente il nome è frutto di una scelta di marketing, poiché "elettronica" è ben più figo di elettrica. Non è mica un ferro da stiro?
Beh, in realtà è molto più simile ad un ferro da stiro che ad un qualunque apparato elettronico, fosse anche la tua lavastoviglie.
Si tratta di una batteria, un pulsante ed un sottile filo di rame a costituire una resistenza. Tale filo, se messo sotto tensione, si scalda, fa evaporare il liquido contenente nella "sigaretta" ed il gioco è fatto.
Non vedrai mai qualcuno chiederti del liquido o una batteria di ricambio per la tua e-cig. Ed il mio amico non può più attaccare bottone con la scusa di una fumata. Un po' un peccato.

E se questo lo dico io, che non ho mai toccato una bionda in vita mia, è tutto un dire.

Ma c'è di più, perché il rischio "geek" della sigaretta elettronica è elevatissimo.
Ho visto gente cominciare ad utilizzarla al posto delle sigarette tradizionali, con la scusa del "fanno meno male", "voglio smettere", "posso fumare dove voglio", ecc...
Poi hanno cominciato a navigare su internet alla ricerca del modello più potente, con resistenza maggiorata e bocchino più grande. Poi hanno trovato quello più figo, con inserti in oro e vetro in cristallo. Poi l'immancabile accendino per sigarette elettroniche. Poi hanno trovato la batteria più grande, il contenitore più capiente, la custodia in pelle di daino ucciso da un cacciatore vegano. Ed infine hanno acquistato la collezione completa di fragranze da 300 flaconcini da un anonimo venditore cinese su Alibaba, che probabilmente l'ha prodotte con gli scarti derivati dalla costruzione degli iPhone.

Con il risultato che fumano il triplo di prima, spendono 10 volte tanto e si ritrovano il sangue contaminato da sostanze indicibili.

Senza contare che con una sigaretta elettronica, sembrano il doppio più imbecilli.

martedì 27 settembre 2016

Salviamo almeno le forme

Il titolo del post riprende un vecchio slogan anni 80 di una (nota) società di distribuzione di divani & affini.

Ti dirò la verità, non ho mai compresa appieno questo claim, forse perché ero troppo imbermbe per comprendere lo spot. Ma chissà perché mi è venuto in mente pensando a te.
No, non a te, a quell'altra.
Ecco si, sto parlando di te.
Sei una ragazza carina, non una top model, ok. Però hai un bel fisico, longilineo, sei alta, anche se quanto a seno la natura è stata piuttosto avara. Ma di certo non hai di che lamentarti.

Vorrei però che mi spiegassi per quale motivo non una volta in questi sei anni, NON UNA SOLA FOTTUTA VOLTA hai provato a vestirti decentemente per venire in ufficio.

Ora, io non sono un guru della moda (e nemmeno un modello) ed il mio outfit è, diciamo così, rivedibile. Ma, seppur raramente, tento di accostare maldestramente due colori, indossare una polo un po' più raffinata, una pantalone un attimo più attillato. E probabilmente nemmeno dovrei permettermelo, visto il fisico più simile ad un palla da rugby che da football.
Non dico che dovresti indossare chissà quale abito o pagare un make-up artist ogni mattina. E nemmeno di venire con i tacchi o con maglie volgarmente scollacciate. Ma tra questo e quegli anonimi jeans, quelle canottierine da scuola cattolica e le infradito sdrucite, credo si possa trovare una sintesi accettabile, non credi?

Lo so, stiamo parlando di frivolezze. Ma se nella vita non si ricercasse, anche solo raramente, il bello, sarebbe una vita grigia, monotona.
Se l'uomo non avesse a cuore l'estetica, la ricerca del bello come fine e non come mezzo, non avremmo nessun quadro da ammirare, ogni singola casa o palazzo sarebbe un anonimo cubo di cemento, vestiremmo tutti con una tunica più o meno corta, possibilmente grigia. E non esisterebbe la musica.
Questo sarebbe il mondo se non avessimo emozioni.
Ma il bello è tale perché è un'emozione. Una macchina non può capire cosa è bello e cosa non lo è perché la bellezza non è un algoritmo, non è una matrice di parametri che, se rispettata, rende qualcosa più o meno bello.
Certo, ci sono regole, linee guida, talvolta l'esperienza. Ma la bellezza è qualcosa di emotivo, non di logico.
E non capisco quindi perché, almeno una volta ogni tanto, tu non possa vestirti decentemente, guardarti allo specchio ed ammirare la tua bellezza, poca o tanta che sia. Non per il tuo compagno, per i tuoi colleghi o per i tuoi amici su Facebook. No, solo e soltanto per te stessa.

Comprendo che questo ufficio, probabilmente, non ne valga la pena. Che il tuo impegno sia riservato per occasioni ben più mondane e, se vuoi, soddisfacenti. Ma se mai hai avuto la voglia di venire a lavorare "tirandoti" anche solo con un dettaglio, forse questo non è l'ambiente in cui vorresti lavorare. Ed in cui dovresti passare 8 ore ogni santissimo giorno.
Perché io penso che l'unico motivo di questo tuo modo di vestire sciatto ed anonimo è perché non ti senti valorizzata, nel tuo lavoro quotidiano, da colleghi e superiori.
E non è un bel modo di vivere.
Spesso dalle tue parole sento chiaramente trasparire questo sentimento di insoddisfazione, di frustrazione.  Credi di non avere altra scelta. Io invece credo che tu debba metterti davanti ad uno specchio, non importa come sei vestita, e vedere le tre strade che hai di fronte.
Davanti a te la strada è dritta, con te che continui a digitare furiosamente su quella tastiera senza trovare gioia in quello che fai.
A destra c'è una strada tortuosa, buia, forse pericolosa. Quella che ti porta lontano da questo posto, verso occasioni che ora non vedi ma che ti farebbero, forse, più felice.
E poi c'è la strada a sinistra, dove pretendi rispetto e valorizzazione per il lavoro che fai, ti vesti ogni tanto per piacerti quel tanto che basta per sentirti ancora attraente.

Non perché donna, uomo, bella o brutto. No. Semplicemente perché lo devi a te stessa.

Un abbraccio.